Diventare cattolici non significa smettere di pensare, ma imparare a farlo”.
Gilbert K. Chesterton

sabato 9 ottobre 2010

Il samaritano lebbroso


XXVIII DOMENICA T.O.

George Bernanos mette sulla bocca del curato di Torcy, uno dei protagonisti del suo capolavoro “Diario di un curato di campagna”, queste parole: “La verità, prima libera, poi consola … La parola di Dio! E’ un ferro rovente. E tu che l’insegni, tu vorresti afferrarla con le pinze, per paura di bruciarti?”. In questo tempo in cui vengono spese tante parole che ci confondono e disorientano, ci vogliamo mettere ancora una volta in ascolto della Parola, affinché ci “bruci”, per farci proseguire il cammino verso la libertà e la consolazione.

“L’ira del Signore si accese contro di loro ed egli se ne andò. La nube si ritirò di sopra alla tenda ed ecco: Maria era lebbrosa, bianca come la neve. Aronne si volse verso Maria ed ecco: era lebbrosa” (Nm 12,9s). Perché Maria, sorella di Mosè, diviene lebbrosa, perché ha parlato contro suo fratello, l’inviato di Dio.
Questo è solo uno dei diversi testi che ci mostrano come per i nostri padri la lebbra fosse, non solo una terribile malattia fisica che, tra l’altro, portava al completo isolamento – ogni rapporto con il mondo civile veniva totalmente reciso – e all’additamento in quanto peccatore. La lebbra infatti era considerata la manifestazione visibile del peccato; la decomposizione fisica era la manifestazione della decomposizione morale. Anche Giobbe sembra essere affetto da una forma di tale malattia e i suoi “amici” non fanno altro che cercare di convincerlo che essa è conseguenza del suo peccato.
Noi sappiamo che non vi è alcun diretto collegamento tra malattia e peccato, almeno nel senso che la malattia non è la punizione per la violazione della legge divina – Dio non applica la giustizia con criteri umani -. La lebbra però ci manifesta quale danno reale il peccato provochi in noi, sebbene non sempre in modo visibile. Esso per quanto possa sembrarci piccolo e insignificante, in realtà provoca una “lesione”, un danno che, se non adeguatamente curato può portarci profonde piaghe spirituali, psichiche e fisiche. Per questo in molti casi un vero cammino di conversione riesce a risanare ciò che nemmeno il miglior psicologo è in grado di immaginare. Scrive sant’Ambrogio: “C’è chi aspetta la stagione di primavera pere darsi alla gioia, ma tu hai la tua gioia nel Signore, e il Signore è sempre con te. Non ci sono stagioni per lui, è vicino a te di notte, ti è vicino di giorno. … La gioia secondo il mondo, non è una gioia vera … E’ come se uno mostrasse a te, che hai visto il sole, la luce di una lampada, magnificandone la luminosità: tu non potrai fare a meno di rispondergli che quella non è la luce vera” (Commento al Salmo 96).
Un grande dono che il Signore ci ha dato e che ci riempie di speranza è il fatto che, mentre prima di Cristo il peccatore andava isolato e punito, con Gesù cambia radicalmente e definitivamente la logica: chi è fuori deve poter entrare; chi è lontano deve potersi riavvicinare; chi è ammalato deve potersi curare. Uno psichiatra cattolico ha scritto proprio pochi giorni fa: “Dio non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva”… Ci vuole solo la follia del Vangelo per alludere a ciò che stiamo dicendo, senza togliere un solo atomo alla responsabilità e al fiume di male che quest’uomo ha aperto; questo medico cristiano sta facendo riferimento a Misseri, quell’uomo diabolico che ha ucciso e violentato la propria nipote. Anche per lui il Vangelo non fa eccezione, anche se la lebbra sembra non avere lasciato in lui nemmeno un millimetro di pelle sana.
Dobbiamo farci un serio esame di coscienza e chiederci se siamo di quelli che ancora vogliono isolare gli uomini nei “lebbrosari” o se abbiamo in noi il desiderio di prenderli per mano e insieme andare a Cristo, affinché insieme ci salvi.
Oggi Gesù ci dice che chiunque è consapevole della propria malattia, ha il diritto di rivolgersi a Lui (oggi attraverso il Suo corpo visibile che è la Chiesa) per essere risanato e il suo corpo ha il dovere di accogliere per risanare.
Questo deve essere chiaro: Gesù è venuto a guarirci, non a lasciarci nella nostra malattia. Egli ci accoglie come siamo, ma per salvarci. E’ incompatibile la permanenza cosciente nel peccato e l’essere suoi. “Non dire: «Ho peccato, e che cosa mi è successo?», perché il Signore è paziente. Non essere troppo sicuro del perdono tanto da aggiungere peccato a peccato. Non dire: «La sua compassione è grande; mi perdonerà i molti peccati», perché presso di lui c’è misericordia e ira, e il suo sdegno si riverserà sui peccatori. Non aspettare a convertirti al Signore e non rimandare di giorno in giorno, perché improvvisa scoppierà l’ira del Signore e al tempo del castigo sarai annientato” (Sir 5,4ss). Questo testo è veterotestamentario, per cui usa un linguaggio che per noi è duro, ma che anche Paolo riprende: “O disprezzi la ricchezza della sua bontà, della sua clemenza e della sua magnanimità, senza riconoscere che la bontà di Dio ti spinge alla conversione?” (Rm 2,4).
Come possiamo essere guariti? Fidandoci di Lui. I dieci sono stati risanati mentre andavano dai sacerdoti, cioè adempiendo ciò che gli era stato detto. Sempre Ambrogio scrive: “Cosa vuol dire avere un cuore retto? Vuol dire che dinanzi a Dio il tuo cuore sia tortuoso, ribelle alla sua volontà, come uno che vuol piegare Dio a sé, invece di prendere la sua volontà come guida per la propria vita”. Non è saggio pretendere di insegnarli qual è la cura migliore – Naaman, il protagonista della prima lettura, ha rischiato di non essere risanato proprio perché inizialmente ha rifiutato la cura che gli veniva proposta dal profeta -.
La guarigione vera, quando il Signore veramente entra nella nostra intimità più profonda, è progressivamente totalizzante. Il Samaritano ce lo conferma; in un primo momento egli è guarito fisicamente, come gli altri nove, ma solo di lui si dice che è stato salvato. Non solo è guarito, egli è diventato anche più uomo – non più maschio -. Dove il Signore giunge umanizza la persona, la rende più matura, più vera, più profonda, più sapiente ecc …

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