Diventare cattolici non significa smettere di pensare, ma imparare a farlo”.
Gilbert K. Chesterton

sabato 25 giugno 2011

Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui


SS. CORPO E SANGUE DEL SIGNORE

     “Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere … nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova …”(Dt 8,2). Se leggiamo la Parola con superficialità e senza considerarla nel suo insieme (letteralismo), rischiamo di farle dire ciò che non intende dire.
     Può Dio desiderare di umiliare qualcuno?

Se per umiliare intendiamo l’operazione attraverso la quale si sbatte in faccia all’altro la sua inferiorità – presunta o reale -, chiaramente non possiamo che dare una risposta negativa, ma se significa invece, aiutare qualcuno a riconoscere ciò che è, per vivere in pienezza e senza illusioni, allora la risposta è sì, Dio può desiderare di umiliare qualcuno.
La vera umiltà infatti consiste in una più piena conoscenza di sé; è umile non chi si disprezza, ma chi sa riconoscere le proprie luci e ombre, cosicchè la consapevolezza delle ombre non lo farà inorgoglire, ma a sua volta, la consapevolezza delle luci, non lo farà disperare. E’ umile chi riconosce altresì la propria non autosufficienza.
     Dio ha condotto Israele nel deserto per quarant’anni per farlo soffrire?
Quel cammino così faticoso e, a tratti drammatico, consente al popolo di uscire da una condizione di schiavitù per raggiungere la libertà. Non esistono strade brevi, scorciatoie; la strada per la libertà è necessariamente lunga e faticosa, a meno che la confondiamo con la possibilità di fare ciò che più si desidera, senza limiti e condizionamenti. Sappiamo bene però che la libertà è un’altra cosa, è la scelta consapevole di diventare ciò che Dio vuole che diventiamo, non lasciandoci bloccare dalle voci discordanti.
     Il cammino per la libertà è impervio, perché richiede di lottare contro colui che invece ci vuole schiavi.
     Chi ci indica la strada?
Colui che solo conosce l’uomo profondamente: Dio. Fin dall’inizio il serpente ha illuso l’umanità, facendole credere che sarebbe stata libera, liberandosi di Dio, ma in realtà l’ha resa schiava.
     Il Vangelo è la via che umanizza l’essere umano, lo rende ciò che è. Per contro la vita non evangelica rischia di diventare disumanizzante e comunque non capace di offrire alla persona ciò che più profondamente desidera. L’infelicità e il disorientamento dell’uomo contemporaneo sembrano confermarcelo.
     La libertà va desiderata e tanto più è desiderata, tanto più si  è disposti a “pagarne il prezzo”. Sappiamo però che dietro ogni curva e dopo ogni salita, si affaccia la nostalgia per le cipolle d’Egitto.
     Dio non ci illude – solo i falsi profeti vendono felicità a poco prezzo -, ma ci accompagna. Gesù stesso ha fatto un cammino di libertà, per noi e per sé, e quanto gli è costato. Per noi, perché con la sua morte per amore ha pagato il riscatto – noi siamo stati “liberati come l’uccello dal laccio del cacciatore” -, per sé, perché ha scelto di non diventare servo del diavolo che in cambio gli offriva tutti i regni della terra.
     In questo cammino così faticoso – dobbiamo riconoscerlo – ci è offerto un cibo capace di sostenerci. Afferma Gesù: “chi mangia la mia carne e beve il mio  sangue  rimane in me e io in lui … chi mangia me, vivrà per me” (Gv 6,58). Non si tratta solo di un discorso spirituale, qui l’evangelista Giovanni usa un verbo ben preciso trogon al posto di faghein (mangiare). Esso indica letteralmente il masticare con i denti; probabilmente egli voleva dare un realismo maggiore alla frase non ottenibile con l’altro verbo.
     Sappiamo bene che non è sufficiente mangiare il corpo e il sangue del Signore, anche se crediamo fermamente che quel pane e quel vino sono Lui stesso, è necessario lasciare che attraverso di essi, Egli ci trasformi in Lui. Attraverso questo cibo il Signore vuole rimanere in noi per agire in noi, per camminare con noi verso quella libertà che è il suo progetto per l’umanità.
     Non è difficile sentir dire che l’importante è fare il bene, essere brave persone, per cui la Messa sembra essere un di più non necessario, ma le parole del Signore sono molto chiare: “Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita”.
Certo, cibarci di questo cibo di vita eterna è estremamente responsabilizzante, perché: “Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga. Perciò chiunque mangia il pane o beve al calice del Signore in modo indegno, sarà colpevole verso il corpo e il sangue del Signore. Ciascuno, dunque, esamini se stesso e poi mangi del pane e beva dal calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna” (1Cor 11,26ss). La soluzione non sta nel partecipare all’Eucaristia senza fare la comunione, ma nel lasciarci provocare da quel pane e quel vino a diventare santi.

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