Diventare cattolici non significa smettere di pensare, ma imparare a farlo”.
Gilbert K. Chesterton

sabato 24 settembre 2011

Non ci tratta secondo i nostri peccati


XXVI DOMENICA T.O.

     Paolo di Tarso, Francesco di Assisi, Jacques Fesch, André Frossard, Madeleine Delbrel … Chi sono costoro? Sono uomini  e donne che ho “incontrato” lungo il cammino della mia esistenza e che mi hanno donato o e danno tanto. Sono figli di epoche molto lontane tra loro; provengono da contesti socio/economici e culturali molto diversi, eppure c’è una cosa che li accomuna: a Dio che li chiamava nella sua vigna, tutti hanno risposto: “Non ne ho voglia”, ma poi si sono pentiti e vi sono andati.

     Lodiamo il Signore perché ha concesso alla sua Chiesa persone luminose come queste, capaci ancora, dopo tanti anni – se non secoli – dalla morte – di essere profondamente vivi. Lodiamo Dio, soprattutto, perché ha concesso all’umanità il dono del pentimento e del perdono.
     Sono splendide le  parole  di un altro Salmo: “(Il Signore) Non è in lite per sempre, non rimane adirato in eterno. Non ci tratta secondo i nostri peccati e non ci ripaga secondo le nostre colpe. Perché quanto il cielo è alto sulla terra, così la sua misericordia è potente su quelli che lo temono; quanto dista l’oriente dall’occidente, così egli allontana da noi le nostre colpe. Come è tenero un padre verso i figli, così il Signore è tenero verso quelli che lo temono, perché egli sa bene di che siamo plasmati”  (Salmo 103,9ss). Il Signore accoglie sempre il nostro pentimento. Non importa che sia immediato. Se è vero che non è bene rimandare a domani il cammino di conversione, perché non conosciamo  la durata dei nostri giorni, è altrettanto vero che per Dio “mille anni sono come il giorno di ieri che è passato”. A chi si allontana dal peccato che ha commesso e osserva la legge del Signore, Dio promette vita e non morte.
     Il Signore non ci dirà, hai aspettato troppo, dovevi svegliarti prima,  hai sprecato troppo tempo, ma : “Vi sarà più gioia in cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione” (Lc 15,7). Dio ha voluto accordare al pentimento il doppio di felicità  e di gioia, in modo che non fossimo scoraggiati o timorosi a tornare in braccio a Cristo. Chi si pente ha lo straordinario  potere di rallegrare “il cuore di Dio”.
    Il pentimento è un’esperienza tanto faticosa quanto risanante;  è un dolore profondo e lancinante che nasce da uno sguardo lucido  su se stessi, sul proprio modo di pensare e di agire, che consente di riconoscere quei lati oscuri che a volte invadono l’esistenza e la rovinano, però è nel contempo risanante, perché  consente di intervenire, di cambiare strada. Il pentimento è indispensabile per guarire. Se non ci fosse data la possibilità di pentirci, saremmo dei dannati già ora, perché ci verrebbe imposto di portarci dietro in eterno il nostro lato oscuro, senza speranza.
     Da cosa nasce il pentimento? Dall’ascolto di Dio che parla in continuazione, basta avere l’orecchio aperto. La Sua Parola – consegnataci nella Sacra Scrittura - è un grido costante, che attende solo di risuonare nel nostro cuore, per lasciare un segno indelebile; parla anche attraverso la voce  gli uomini, che ci fanno da specchio e ci mostrano, a volte in modo implacabile,  quello che siamo. C’è infine la coscienza che è “il nucleo più segreto e il sacrario dell'uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell'intimità” (GS 16). Isaia l’Anacoreta (370 d.C.) la definisce come “il nostro custode che ci mostra tutto ciò in cui inciampiamo. Se non le ubbidiamo si ritirerà da noi: abbandonati da questa noi cadiamo nelle mani dei nostri nemici, che non ci lasceranno più”. Dobbiamo imparare a dare retta alla coscienza, ma per evitare che anche essa diventi causa del nostro fallimento, abbiamo il dovere di nutrirla e formarla, essa infatti “quando l'uomo poco si cura di cercare la verità e il bene, … diventa quasi cieca”  (GS 16).
     “Non è retto il modo di agire del Signore”  (Ez 18,25); sembra un’affermazione assurda, eppure c’è chi la pensa così.
     Perché Dio sbaglia secondo costoro?
     Perché, dicono, lascia all’essere umano la libertà di fallire e si ostina ad accogliere sempre il pentimento. C’è chi vorrebbe che Dio costringesse gli uomini – gli altri chiaramente – a compiere il bene e facesse pagare il giusto a chi compie il male. Qualcuno vuole insegnare a Dio come deve fare Dio.
     E’ vero, Dio ci lascia liberi. Il Concilio ci consegna queste parole straordinarie: “La vera libertà … è nell'uomo un segno privilegiato dell'immagine divina. Dio volle, infatti, lasciare l'uomo « in mano al suo consiglio » che cerchi spontaneamente il suo Creatore e giunga liberamente, aderendo a lui, alla piena e beata perfezione. Perciò la dignità dell'uomo richiede che egli agisca secondo scelte consapevoli e libere, mosso cioè e determinato da convinzioni personali, e non per un cieco impulso istintivo o per mera coazione esterna. … Ogni singolo uomo, poi, dovrà rendere conto della propria vita davanti al tribunale di Dio, per tutto quel che avrà fatto di bene e di male” (GS 17).
     Non è il Signore però che sbaglia, ma siamo noi che abusiamo di tale libertà. Il male sta nel non voler ascoltare la voce del Signore, continuando a fare di testa nostra, nell’erronea convinzione di sapere ciò che è giusto. Dobbiamo imparare però ad assumerci la responsabilità delle conseguenze, a volte negative, e smetterla di accusare Lui. Se uno beve due litri di vino al giorno, non può poi prendersela con il cantiniere se il suo fegato si spappola.
     Ascoltiamo il grido drammatico del popolo d’Israele: “O Dio, nella tua eredità sono entrate le genti: hanno profanato il tuo santo tempio, hanno ridotto Gerusalemme in macerie.  Hanno abbandonato i cadaveri dei tuoi servi  in pasto agli uccelli del cielo,  la carne dei tuoi fedeli agli animali selvatici … Siamo divenuti il disprezzo dei nostri vicini …  Fino a quando sarai adirato, Signore: per sempre?” (Salmo 80,1ss); ascoltiamo però anche la risposta del Signore: “il mio popolo non ha ascoltato la mia voce, Israele non mi ha obbedito:  l’ho abbandonato alla durezza del suo cuore. Seguano pure i loro progetti! Se il mio popolo mi ascoltasse! Se … camminasse per le mie vie!” (Salmo 81,12).
    


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