Diventare cattolici non significa smettere di pensare, ma imparare a farlo”.
Gilbert K. Chesterton

martedì 4 ottobre 2011

 
SAN FRANCESCO

Figlio dell’uomo, tu abiti in mezzo a una genia di ribelli che hanno occhi per vedere e non vedono, hanno orecchi per udire e non odono” (Ez 12,2), sono le parole rivolte da Dio a Ezechiele, san Francesco invece potremmo definirlo un uomo “dall’occhio penetrante”, capace di vedere quelle “cose che occhio non vide né orecchio udì né mai entrarono in cuore di uomo”, perché il Signore “ha tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le ha rivelate ai piccoli”.

Cosa è stato capace di vedere Francesco, che altri non vedevano?

Innanzitutto ha saputo guardar in profondità la Chiesa di Cristo. Anche ai tempi di Francesco c’era chi, della Chiesa, non sapeva vedere altro che la tenebra, quasi che questo corpo comprendente una moltitudine di chierici, consacrati e laici, non fosse che una enorme e corrotta prostituta. C’erano i “puri” che le si ponevano davanti e le lanciavano pietre, Francesco seppe compiere invece ciò che ha detto papa Benedetto durante il volo verso la Germania a proposito di coloro che abbandonano la Chiesa a causa di scandali: «posso capire che in vista di tali informazioni, soprattutto se sono vicini a persone proprie, uno dica: questa non è più la mia Chiesa, la Chiesa era per me forza di umanizzazione, di moralizzazione, se rappresentanti della Chiesa fanno il contrario non posso più vivere con questa Chiesa. … Mi sembra importante in questo contesto domandarsi “perché sono nella Chiesa”. Sono nella Chiesa come in una associazione sportiva, in una associazione culturale eccetera, dove ho i miei interessi e se non trovano più risposta esco, o essere Chiesa è una cosa più profonda? Io direi: sarebbe più importante conoscere che essere Chiesa non è essere in qualche associazione, ma essere nella rete del Signore, nella quale tira pesci buoni e cattivi, dalle acque della morte alla terra della vita. Può darsi che in questa rete io sia proprio accanto a pesci cattivi e sento questo, ma rimane vero che non ci sono per questi o questi altri ma ci sono perché è la rete del Signore». Francesco è andato oltre l’apparente per riconoscere l’essenza della Chiesa. Ascoltiamo alcune sue parole: “Tutti i frati siano cattolici, vivano e parlino cattolicamente. Se qualcuno poi a parole o a fatti si allontanerà dalla fede e dalla vita cattolica e non se ne sarà emendato, sia espulso totalmente dalla nostra fraternità”; “Poi il Signore mi dette e mi dà una così grande fede nei sacerdoti che vivono secondo la forma della santa Chiesa Romana, a motivo del loro ordine, che anche se mi facessero persecuzione, voglio ricorrere proprio a loro. E se io avessi tanta sapienza, quanta ne ebbe Salomone, e mi incontrassi in sacerdoti poverelli di questo mondo, nelle parrocchie in cui dimorano, non voglio predicare contro la loro volontà” (FF 51; 112).

Francesco poi ha vissuto la crisi della società feudale e la nascita di quella comunale, apparentemente più democratica; in realtà il potere dei nobili fu sostituito da quello dell’economia. Egli apparteneva ai minores, cioè a quella classe sociale che più avanti sarà denominata alta borghesia e aveva già intuito il potere distruttivo del denaro portato da mezzo a livello di fine. Se il denaro e l’economia diventano fine, tutto il resto diventa mezzo. Oggi noi viviamo una crisi di portata internazionale e dagli effetti già dirompenti, proprio perché l’essere umano non è più il fine supremo dell’economia, ma il mezzo affinché essa si sviluppi.
"Guardatevi dalle preoccupazioni di questo mondo e dalle cure di questa vita". Perciò, nessun frate, ovunque sia e dovunque vada, in nessun modo prenda con sé o riceva da altri o permetta che sia ricevuta pecunia o denaro … se non per una manifesta necessità dei frati infermi; poiché non dobbiamo avere né attribuire alla pecunia e al denaro maggiore utilità che ai sassi. E il diavolo vuole accecare quelli che li desiderano e li stimano più dei sassi" (FF 28). Non si tratta chiaramente di una demonizzazione dell’economia, ma di una sua ricollocazione.

Infine Francesco ha saputo guardare l’essere umano al di là dell’apparenza. Ci mostra questo suo sguardo profondo a proposito del peccato e del peccatore. Egli odia il male e il peccato, così come chi ama la luce non può sopportare la tenebra, ma nel contempo sa riconoscere dietro il peccato, la figura umana del peccatore, sempre da salvare e mai da distruggere.
Mi incantano e mi provocano le parole scritte da Francesco a un suo Ministro: “E in questo voglio conoscere se tu ami il Signore ed ami me suo servo e tuo, se ti comporterai in questa maniera, e cioè: che non ci sia alcun frate al mondo, che abbia peccato, quanto è possibile peccare, che, dopo aver visto i tuoi occhi, non se ne torni via senza il tuo perdono, se egli lo chiede; e se non chiedesse perdono, chiedi tu a lui se vuole essere perdonato. E se, in seguito, mille volte peccasse davanti ai tuoi occhi, amalo più di me per questo: che tu possa attrarlo al Signore; e abbi sempre misericordia per tali fratelli” (FF 235).

Dobbiamo riprendere questi aspetti profondi di Francesco, per non limitarci a quelle stucchevoli banalizzazione che ne hanno fatto un santo da figurine.

Francesco è stato un grande riformatore della Chiesa e della società del 1200, ma ha ancora una forza incorrotta oggi. Vogliamo essere francescani, non per parlare con gli animali o iscriverci al WWF, ma perché vogliamo il suo sguardo, capace di penetrare il mistero profondo della Chiesa, sposa di Cristo e Suo corpo; perché non vogliamo più essere schiavi di un’economia disumanizzata e disumanizzante, che non si preoccupa che di fare profitti; perché vogliamo riconoscere la malattia che uccide l’uomo, non per dargli il colpo di grazia, ma per cooperare alla sua guarigione.



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