Diventare cattolici non significa smettere di pensare, ma imparare a farlo”.
Gilbert K. Chesterton

sabato 3 dicembre 2011

Cinque domande, una risposta: la carità nella verità. Un'analisi del testo di Joseph Ratzinger sui divorziati risposati

L’Osservatore Romano ha pubblicato in questi giorni uno dei testi meno conosciuti del card. Joseph Ratzinger, presentato nel 1998 in qualità di Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, a proposito di alcune obiezioni contro la dottrina della Chiesa circa la recezione della Comunione eucaristica da parte di fedeli divorziati risposati. L’esigenza di fare chiarezza su un argomento così delicato è molto grande, soprattutto nel contesto storico odierno dove i criteri di unità familiare e di indissolubilità coniugale sono quotidianamente messi alla prova. Il testo di J. Ratzinger, “La pastorale del matrimonio  deve fondarsi sulla verità”, prende le mosse da una Lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede – firmata dallo stesso Ratzinger il 14 settembre 1994 – circa la recezione della Comunione eucaristica da parte di fedeli divorziati risposati, accolta con qualche critica in diversi ambiti ecclesiastici. Nel 1998, il Prefetto del Sant’Uffizio ritenne opportuno pubblicare un ulteriore documento chiarificatore per rispondere ad alcune obiezioni contro la dottrina e la prassi della Chiesa, e che proveremo adesso a sintetizzare in questa nostra riflessione.

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Molti ritengono, adducendo alcuni passi del Nuovo Testamento, che la parola di Gesù sull'indissolubilità del matrimonio permetta un'applicazione flessibile.


A questa prima obiezione – rivolta al Magistero che, in relazione all'indissolubilità del matrimonio, non considererebbe in modo sufficiente quei passi biblici dove verrebbe menzionata una qualche "eccezione" alla parola del Signore sull'indissolubilità del matrimonio (Mt 5, 32; 19, 9) e riguardo al caso di separazione a motivo della fede (1 Cor 7, 12-16) – il card. Ratzinger fa notare che: “la dottrina della Chiesa sull'indissolubilità del matrimonio deriva dalla fedeltà nei confronti della parola di Gesù. Gesù definisce chiaramente la prassi veterotestamentaria del divorzio come una conseguenza della durezza di cuore dell'uomo. Egli rinvia – al di là della legge – all'inizio della creazione, alla volontà del Creatore, e riassume il suo insegnamento con le parole: «L'uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto» (Mc 10, 9). Con la venuta del Redentore il matrimonio viene quindi riportato alla sua forma originaria a partire dalla creazione e sottratto all'arbitrio umano […]. La parola di Gesù sull'indissolubilità del matrimonio è il superamento dell'antico ordine della legge nel nuovo ordine della fede e della grazia”. La possibilità di separazione,  prospetta da S. Paolo in 1 Cor 7, riguarda i matrimoni fra un coniuge cristiano e uno non battezzato. Come ha poi chiarito, infatti, la riflessione teologica successiva sono da considerare “sacramento” – e dunque orientati al rispetto  dell'indissolubilità assoluta – i matrimoni tra battezzati che per loro natura si collocano nell'ambito della fede in Cristo. “Così – precisa Ratzinger – la sistematizzazione teologica ha classificato giuridicamente l'indicazione di San Paolo come «privilegium paulinum», cioè come possibilità di sciogliere per il bene della fede un matrimonio non sacramentale. L'indissolubilità del matrimonio veramente sacramentale rimane salvaguardata; non si tratta quindi di una eccezione alla parola del Signore”.

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