Diventare cattolici non significa smettere di pensare, ma imparare a farlo”.
Gilbert K. Chesterton

venerdì 20 settembre 2013

Chi sono i Padri del deserto?



Da http://www.tralci-niklima.com

In senso stretto, con Padri del deserto si intendono i più celebri anacoreti egiziani della fine del IV secolo che, abbandonate le regioni fertili e popolate della valle o del delta del Nilo, si addentrarono nel deserto.
Molto presto alcuni di loro si distinsero per la loro santità e attrassero molti imitatori e discepoli che li consideravano loro padri. Accanto a quella dei Vescovi, nei raggruppamenti monastici si farà strada una nuova paternità spirituale, legata non a una funzione gerarchica nella Chiesa, ma a doni eccezionali di sapienza e di parola. I nuovi arrivati nel deserto si mettono alla scuola di un anziano che chiamano “abba”, cioè il loro padre in Dio.
I Padri del deserto sono questi anziani  che dirigono gli altri anacoreti. Il titolo si trova negli scritti dell’inizio del V secolo. 
Nel secolo successivo, presso i monaci del deserto di Giuda indicherà ugualmente gli anziani degli ambienti eremitici del Basso Egitto, ben conosciuti allora in Palestina attraverso le raccolte di apoftegmi (‘detti’). Nell’Alto Egitto Pacomio, il fondatore del cenobitismo, e i suoi successori saranno anch’essi chiamati Padri, ma non “Padri del deserto” poiché le loro comunità non erano situate in pieno deserto, bensì nelle vicinanze dei villaggi della valle del Nilo.
Questi abba ci hanno lasciato gli apoftegmi. Questo termine è il solo che esprima il carattere proprio di questi testi. Non sono parole campate in aria né sentenze scritte né belle storie, ma parole che prima di tutto sono state pronunciate in circostanze precise, sempre con uno scopo di edificazione, in relazione alla vita vissuta dagli anacoreti nel deserto. Sono dei frammenti, degli spaccati di vita o come dei flash sull’esistenza di questi anacoreti. Ecco perché le raccolte di queste parole spesso sono state intitolate “Vite dei Padri”. Varie sono le fonti sui Padri del deserto. Tra queste la Vita di Antonio, scritta da sant’Atanasio (356); la Vita di Paolo di Tebe e la Vita di Ilarione, scritte da san Girolamo; la Storia lausiaca, scritta da Palladio; la Storia dei monaci, racconto di un viaggio di un gruppo di monaci palestinesi; le Istituzioni e le Conferenze di san Giovanni Cassiano.
È certo che, già durante la loro esistenza, questi eroi dell’ascesi e delle virtù erano circondati da un alone di meraviglioso. Ma se li collochiamo nel loro quadro storico e geografico e li guardiamo vivere nella solitudine delle loro celle o nei loro rapporti con gli altri, scopriamo degli uomini vicini ai loro simili, di allora e di oggi, più di quando immagineremmo.

La vita interiore dell’anacoreta

L’anacoreta trascorreva tutta la giornata – e la notte – nel lavoro e nella preghiera, salvo il tempo strettamente necessario dedicato al nutrimento del corpo e al sonno. Ma tutto questo non è la cosa principale, è solo la punta dell’iceberg. Anche ciò che gli anziani chiamavano la «meditazione» non era l’orazione mentale moderna, ma faceva parte, come la preghiera vocale, delle pratiche corporali, poiché si trattava di ripetere con le labbra, a voce più o meno alta, le parole della Sacra Scrittura. L’essenziale dell’attività del monaco del deserto era invisibile e non percepibile all’orecchio, poiché si svolgeva nell’intimo del suo essere, era ciò che i Padri chiamavano attività interiore o «attività segreta», e abbracciava l’insieme dei pensieri, dei desideri, del volere, dei sentimenti, delle parole interiori che occupano lo spirito e il cuore, vale a dire quel mondo che noi designiamo con l’espressione «vita interiore». I Padri del deserto sono stati spesso dipinti come esseri ritornati allo stato selvaggio, alla condizione dell’animale o della pianta, esecutori meccanici del loro monotono lavoro e continuamente intenti a ripetere in modo macchinale le loro invocazioni. Non è del tutto impossibile che ci sia stato nel deserto qualche vegliardo che ha «vegetato» così per lunghi anni, ma è più probabile che costoro non aspettassero tanto a lungo per ritornarsene nel mondo. Se i Padri hanno potuto popolare il deserto e renderlo così fecondo, non è solamente perché vi intrecciavano cesti mentre recitavano dei versetti di salmi o altre parole della Sacra Scrittura, ma perché nello stesso tempo avevano una profondità e intensità di vita spirituale che noi fatichiamo a immaginare. Ciò che possiamo coglierne e dirne è ben poco in rapporto alla realtà, perché gli anacoreti egiziani erano estremamente preoccupati di non lasciar trasparire niente di ciò che avrebbe potuto attirare loro anche solo un pochino di elogio o di fama. Si diceva che abba Poemen aveva l’abitudine di fare tutto in segreto, ma questo era la pratica normale del deserto. I Padri nascondevano il più possibile agli sguardi degli altri le loro osservanze corporali e visibili. A maggior ragione si sforzavano di dissimulare la loro vita segreta! Per fortuna non ci riuscivano completamente e loro malgrado qualcosa traspariva attraverso le loro parole – o i loro silenzi – e, grazie agli apoftegmi che ci sono giunti, possiamo averne qualche conoscenza .
Questa vita interiore non era una vita intellettuale, lo sforzo cioè di un pensatore o di un filosofo, e neanche di un teologo. Le condizioni però privilegiate di solitudine e di silenzio di cui beneficiava l’anacoreta nel deserto favorivano molto l’attenzione, la riflessione e l’attività dello spirito, cosicché, anche sul piano puramente umano, il pensiero dei Padri del deserto poteva affinarsi e arricchirsi in modo eccezionale. 

Un’opera una e molteplice

Come diceva uno dei Padri, «l’uomo deve necessariamente avere un’attività nel suo intimo». Il monaco che va nel deserto per essere tutto per Dio, si sforzerà di consacrare al Signore non solo i suoi atti esteriori, ma anche ogni attività interiore. Arsenio diceva: «Lotta con tutta la tua forza perché la tua attività interiore sia secondo Dio… o riguardante Dio», cioè non solamente conforme alla volontà divina, ma orientata verso Dio, applicata a Dio. In altre parole, l’uomo deve attendere costantemente all’opera di Dio. «L’ape, dovunque vada, fa il miele; il monaco, ovunque si trovi, compie l’opera di Dio».
Non che sia riservata al monaco – Antonio parla della «grande attività dell’uomo» di ogni uomo – il monaco fa di quest’opera tutta la sua vita. Gli apoftegmi che ci parlano dell’attività interiore sono numerosissimi e anche molto vari, nel senso che le descrizioni o definizioni che ne danno sono abbastanza diverse le une dalle altre. L’attività interiore è infatti al tempo stesso una e molteplice. Giovanni Colobos diceva: «I santi sono come un giardino i cui alberi producono frutti diversi, anche se innaffiati dalla stessa acqua. Di fatto, l’attività di un santo è di un tipo, quella di un altro di un altro tipo, ma è un solo spirito che opera in tutti». Un altro anziano affermava: «Il cuore della palma è uno, è bianco e racchiude tutta l’attività della palma. Qualcosa di simile lo si trova anche nei giusti: il loro cuore è unico e semplice, guarda solamente verso Dio». Ma ciascuno dei Padri ha la sua personale maniera di considerare questa attività, mettendone in risalto questo o quell’elemento secondo le proprie disposizioni o quelle dell’interlocutore al quale si rivolge. Cercheremo quindi di raccogliere e sintetizzare un po’ tutti questi elementi per farci un’idea esatta e per quanto possibile completa della vita interiore dei Padri del deserto.

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