Diventare cattolici non significa smettere di pensare, ma imparare a farlo”.
Gilbert K. Chesterton

martedì 19 marzo 2013

Solennità di san Giuseppe


Ascoltando i testi della liturgia di oggi, vediamo, come dipingere i tratti di Giuseppe. Di lui sappiamo che “era un uomo giusto”. A questo uomo discendente del re Davide, ma oramai, come lo definiscono gli evangelisti téktón, che significa tanto falegname quanto artigiano o costruttore di piccole case, Dio chiede di diventare “custode”. In Genesi troviamo questo mandato all’uomo appena uscito dalle mani di Dio: “Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse” (Gen 2,15). Giuseppe realizza il mandato di Dio in modo unico e speciale.

Si chiedeva questa mattina il Papa: “Custode di chi? Di Maria e di Gesù; ma è una custodia che si estende poi alla Chiesa”. 
Ancora il Pontefice afferma: “Come esercita Giuseppe questa custodia? Con discrezione, con umiltà, nel silenzio, ma con una presenza costante e una fedeltà totale, anche quando non comprende. Dal matrimonio con Maria fino all’episodio di Gesù dodicenne nel Tempio di Gerusalemme, accompagna con premura e tutto l'amore ogni momento”. Giuseppe è una figura che ci è molto vicina, perché è totalmente uno di noi e ci mostra come si può stare a servizio, senza essere protagonisti o meglio, accettando di lasciare in silenzio la scena dopo avere servito. 
Giuseppe è un uomo “relativo”, sappiamo qualcosa di lui, perché è “sposo di Maria” e “padre” di Gesù. Dopo avere compiuto la sua missione scompare. Di lui non sappiamo più nulla. Valgono anche per Giuseppe le parole di Giovanni Battista: “Egli deve crescere, io invece diminuire”. Mi si consenta di pensare in questo momento a "Giuseppe" Ratzinger – Benedetto XVI – colui che, dopo essere stato Custode ha accettato il mandato di Dio di scomparire, per servire la Chiesa e custodirla in un altro modo, meno appariscente, ma non per questo meno efficace.
Giuseppe è il nostro patrono, di noi che non siamo protagonisti della storia, ma che possiamo essere utilissimi alla realizzazione del progetto di Dio. Il nostro nome non rimarrà scritto nei libri di storia, ma nel libro della vita, sì.
“Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore”, ecco come possiamo anche noi servire il progetto di Dio: facendo ciò che il Signore ci chiede. C’è un passaggio nell’omelia del Papa che è fondamentale, ne è il cuore, senza il quale tutto il resto sarebbero parole molto umane: "Nella costante attenzione a Dio, aperto ai suoi segni, disponibile al suo progetto, non tanto al proprio; … Dio non desidera una casa costruita dall’uomo, ma desidera la fedeltà alla sua Parola, al suo disegno; ed è Dio stesso che costruisce la casa, ma di pietre vive segnate dal suo Spirito. E Giuseppe è “custode”, perché sa ascoltare Dio, si lascia guidare dalla sua volontà, e proprio per questo è ancora più sensibile alle persone che gli sono affidate, sa leggere con realismo gli avvenimenti, è attento a ciò che lo circonda, e sa prendere le decisioni più sagge. In lui cari amici, vediamo come si risponde alla vocazione di Dio, con disponibilità, con prontezza, ma vediamo anche qual è il centro della vocazione cristiana: Cristo! Custodiamo Cristo nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato!".
Ecco cosa possiamo imparare da Giuseppe. 
Come scriveva san Francesco: “Lo spirito della carne, infatti, vuole e si preoccupa molto di possedere parole, ma poco di attuarle, e cerca non la religiosità e la santità interiore dello spirito, ma vuole e desidera avere una religiosità e una santità che appaia al di fuori
agli uomini. ... Perciò è grande vergogna per noi servi di Dio, che i santi abbiano compiuto queste opere e noi vogliamo ricevere gloria e onore con il semplice raccontarle
”.

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