Diventare cattolici non significa smettere di pensare, ma imparare a farlo”.
Gilbert K. Chesterton

sabato 28 settembre 2013

Padre Abramo, abbi pietà di me



XXVI DOMENICA T.O.

     Probabilmente non sono molti quelli tra noi che si sentono toccati direttamente dalla parabola appena raccontataci da Gesù; infatti chi corrisponde alle caratteristiche del protagonista: ricco, vestito di gran lusso –  bisso e porpora erano riservati ai Re -  e che ogni giorno fa grandi banchetti?

     Anche i personaggi di cui parla il profeta Amos, ci sembrano un po’ lontani dalla nostra esperienza: “Distesi sui letti d’avorio … mangiano gli agnelli del gregge … canterellano al suono dell’arpa” (Am 6,4s).
     Così però corriamo il rischio di distogliere l’attenzione – tanto non  ci riguarda - e di non lasciarci provocare dalla parola del Signore che, invece, ha qualcosa da dire a ciascuno di noi.
     A me personalmente s’è stretto lo stomaco mentre leggevo, nei giorni passati, queste parole, perché, senza che potessi farci nulla, mi risuonavano nel cuore due parole: indifferenza e  compassione.
     Certamente non sono uno che banchetta vestito di seta, al suono dell’arpa,  però non sono indenne dall’indifferenza e il Signore mi chiede di guarirne. Quando una parola che ascoltiamo da Dio ci fa male, probabilmente è perché ha toccato un nervo scoperto nella nostra anima. Del resto “la parola di Dio! E’ un ferro rovente” (Bernanos,  Diario di un curato di campagna) e chi ne viene in contatto non può non  restarne segnato.
     Cos’è l’indifferenza?
     Il Dizionario la definisce come il sentimento di chi non “mostra interessamento, simpatia, partecipazione affettiva, turbamento”. In parole più semplici potremmo dire, che è l’incapacità di mettersi nei panni dell’altro. Ci accorgiamo molto bene di quanto sia brutto e doloroso questo sentimento, quando ne siamo vittime.
     Da cosa è causata? La forma più grave è il frutto dell’egocentrismo; quando ci si sente al centro di tutto e, tutto e tutti devono girare intorno a noi. Allora è chiaro che se la nostra massima preoccupazione siamo noi stessi, tutti gli altri ci rimangono indifferenti, a meno che non ci siano utili per il nostro personale tornaconto.
     Fa impressione leggere di quest’uomo senza nome, che non si lascia provocare da Lazzaro, coperto di piaghe, ammalato – tanto che poi morirà -; nemmeno una situazione di tale tragicità riesce a scalfire la sua insensibilità.
     L’altra parola che mi risuona nel cuore, è compassione (dal latino cum patior - soffro con - e dal greco συμπἀθεια , sym patheia - "simpatia", provare emozioni con …). La compassione è il contrario dell’indifferenza. Essa, almeno come la intende Gesù, non è semplicemente un sentimento del cuore, che fa versare due lacrime, ma lascia rimanere tutto com’è; al contrario è una profonda compartecipazione alla fatica e al dolore dell’altro, che spinge all’azione. Il compassionevole non è uno che risolve magicamente tutti i problemi, di tutti, ma è chi si lascia provocare e, a partire dalle proprie reali possibilità, cerca di farsi compagno di strada.
     Probabilmente ci vengono in mente immediatamente i poveri materiali, coloro che magari ci chiedono l’elemosina davanti alla chiesa o lungo la strada; è indubitabile che Gesù ha di mira proprio l’indifferenza verso i poveri, ma non possiamo fermarci lì.
     Nella nostra esistenza quotidiana, infatti, noi incontriamo molte persone, a partire dai nostri familiari, colleghi, amici, vicini di casa ecc … che, possono sentirsi feriti e affamati come Lazzaro; magari non hanno la pancia vuota, ma sentono il peso delle prove della vita o la solitudine; anche nei loro confronti noi possiamo essere indifferenti o compassionevoli. Anche dinanzi a loro noi possiamo continuare a preoccuparci solo di noi stessi, delle nostre cose, con uno sguardo ripiegato sul nostro “ombelico” o offrire quello sguardo di misericordia, che allevia il dolore.
     L’uomo ricco comprende la gravità del suo comportamento solo dopo la morte. Solo allora, diventando un bisognoso, sente cosa significa non trovare compassione. Lui  che non si era mai accorto di Lazzaro, ora lo vede, lo riconosce e  chiede ad Abramo: “Padre Abramo, abbi pietà di me - Πάτερ Ἀβραάμ, ἐλέησόν με” – questo è lo stesso termine che utilizziamo nel “Kirie eleyson” - (Lc 16,24). Chiede misericordia colui che non ha mai avuto misericordia, ma orami è troppo tardi, perché la morte segna il momento della resa dei conti.
     Noi che partecipiamo all’Eucaristia, siamo chiamati a imparare dal Cristo che si è fatto cibo, a diventare persone compassionevoli.
     Chiudiamo con le stesse parole che useremo poi nella preghiera eucaristica (Vc): “

Donaci occhi per vedere
le necessità e le sofferenze dei fratelli,
infondi in noi la luce della tua parola
per confortare gli affaticati e gli oppressi:
fa' che ci impegniamo lealmente
al servizio dei poveri e dei sofferenti.
La Tua chiesa sia testimone viva di verità e di libertà,
di giustizia e di pace,
perché tutti gli uomini
si aprano alla speranza di un mondo nuovo.


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