Diventare cattolici non significa smettere di pensare, ma imparare a farlo”.
Gilbert K. Chesterton

mercoledì 18 febbraio 2015

Arami, Signore



CENERI

     Sono moltissimi gli spunti che ci vengono dalle letture di questo giorno così speciale. Sarebbe bello, una volta tanto, fermarci con calma, senza avere paura di stancarci e di perdere troppo tempo con la parola di Dio, ma sappiamo bene, purtroppo, che non possiamo permettercelo. Come quando si trova un forziere pieno di gioielli e, per l’urgenza di scappare, non se ne può portare via che alcuni, cerchiamo di raccogliere i più preziosi.

     Nel libro dei Proverbi troviamo parole molto chiare: “Avete trascurato ogni mio consiglio
e i miei rimproveri non li avete accolti; anch’io riderò delle vostre sventure, mi farò beffe quando su di voi verrà la paura, quando come una tempesta vi piomberà addosso il terrore, quando la disgrazia vi raggiungerà come un uragano, quando vi colpiranno angoscia e tribolazione”
(Pr 1,25ss); sono parole dure, ma possono aiutarci a prendere coscienza di quanto sta avvenendo. Le crisi – economica, sociale, politica, militare – che stanno colpendo il nostro mondo, non sono piovute dal cielo; non sono frutto del caso, ma, io credo, dell’ostinata volontà umana nel trascurare o, per meglio dire, rifiutare la volontà di Dio. Fin dall’inizio della storia Dio ha detto ai nostri progenitori: “dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire” (Gen 2,17). L’albero del bene e del male è un’espressione che indica la scelta di autonomia dell’uomo rispetto a Dio; la volontà umana di decidere cosa è bene e cosa è male, facendo di se stesso il punto di riferimento. Dio ha messo l’uomo come custode e coltivatore del creato, l’uomo se ne è appropriato, illudendosi di esserne il padrone. Oggi raccogliamo i frutti di una lunga semina.
     Questo allora è il tempo della paura, della disperazione?  No, come ci dice san Paolo: “Ecco ora il momento favorevole, ecco il giorno della salvezza” (2Cor 6,2). Quando Giona andò a Ninive ad annunciare la distruzione entro quaranta giorni, tutto il popolo scelse il cammino della conversione.
     Siamo chiamati a vivere questa quaresima, non  come un’operazione di facciata, superficiale, ma come l’occasione per ritornare a Dio, per lacerarci il cuore. E’ tempo di trasformazione interiore profonda.
     Un organismo malato ha bisogno di cellule sane: noi siamo quelle cellule. La storia è costellata dall’azione straordinaria di singoli uomini e donne che, grazie alla reale conversione, sono stati capaci di segnare positivamente il loro tempo. Dio non salva con la potenza e con i molti, ha bisogno della disponibilità di pochi, attraverso i quali incendiare del fuoco dello Spirito la storia. Basta un fiammifero per dare fuoco a un bosco. San Francesco, Chiara, Don Bosco, Teresa di Calcutta, Romero, P. Lino, ci sono testimoni della verità di queste parole.
     Non vi dico cosa fare in questa Quaresima, perché le nostre vite sono molto diverse, per personalità e ritmi, non penso ci sia qualcosa adatto a tutti, ma come ambasciatore : per mezzo mio è Dio stesso che esorta. Vi supplico in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio.
     La terra per produrre frutti abbondanti, ha bisogno di essere arata, concimata, senza questa preparazione non può essere seminata. L’aratura rivolta è frantuma, il concime deve penetrare nella parte più profonda di modo che le radici, possano attingervi il nutrimento. La nostra Quaresima non può che essere “dolorosa”, se va a toccare la parte più profonda di noi stessi, quella più ostile all’azione di Dio.

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