Diventare cattolici non significa smettere di pensare, ma imparare a farlo”.
Gilbert K. Chesterton

sabato 28 febbraio 2015

Sacrificami tuo figlio?



II DOM. Q.

     “Prendi il tuo figlio, il tuo unigenito che ami, Isacco … e offrilo in olocausto” (Gen 22,2). Abramo è vecchissimo, finalmente, quando non se lo aspettava più, gli è nato il figlio promesso, ma  gli viene chiesto di sacrificarlo – tra l’altro deve offrirlo in olocausto,
un tipo di sacrificio nel quale non rimane nulla della vittima, perché dopo essere stata uccisa deve essere consumata col fuoco[1]. Certo che un Dio così, fa più pensare alla dea Kali[2] che a uno da amare e da cui ci si sente amati.
     A Gerusalemme, a sud del Tempio, c’è ancora oggi la Valle della Geenna, luogo adibito nell’antichità al sacrificio dei bambini a Molok, divinità fenicia (Ger 7,31). Sacrificare figli alla divinità era considerato normale, anche perché i bambini non godevano di alcuna considerazione e non avevano alcun valore. Come recita il Talmud “l’unghia dei padri è più importante dello  stomaco dei figli” (Ber r. 45,8): “Il re di Moab, visto che la guerra era superiore alle sue forze, prese con sé settecento uomini che maneggiavano la spada per aprirsi un passaggio verso il re di Edom, ma non ci riuscì. Allora prese il figlio primogenito, che doveva regnare dopo di lui, e l’offrì in olocausto sulle mura. Si scatenò una grande ira contro gli Israeliti, che si allontanarono da lui e tornarono nella loro terra” (2Re 3,26s).
     L’episodio biblico di oggi vuole modificare l’immagine di Dio, far comprendere che se altre divinità esigevano il sacrificio dei figli, il Dio d’Israele, lo rifiuta. Ascoltiamo un versetto del Deuteronomio: “Quando sarai entrato nella terra che il Signore, tuo Dio, sta per darti, non imparerai a commettere gli abomini di quelle nazioni. Non si trovi in mezzo a te chi fa passare per il fuoco il suo figlio o la sua figlia” (Dt 18,9s). Il Signore ferma la mano di Abramo.
     Abbiamo bisogno di salire sul monte anche noi, per vedere il vero volto di Dio e lasciare che egli vinca sulle “maschere di dio”, le costruzioni immaginarie che ci siamo fatti e che, a volte, ci rendono difficile il rapporto con Lui.
     Davvero Dio vuole da noi, anzi pretende da noi, fatica, sofferenza? Davvero più noi soffriamo, più Lui è contento?
     Riprendiamo in mano l’episodio di Isacco e ci lasciamo accompagnare. La voce che Abramo ha sentito, era veramente di Dio o è ciò che egli pensa sia gradito al Signore? Non è che a volte, scambiamo per volontà di Dio, ciò che invece viene dalla nostra cultura o dal comune modo di pensare?
     Dio non chiede la morte dei figli, Dio offre il proprio Figlio. So bene che, anche questa cosa ci fa orrore; anche un Dio così non ci affascina. Fermiamoci un attimo: Dio è amore, ma non esiste amore senza dono. Il dono di sé era il prezzo da pagare per liberare l’umanità dal dominio del maligno: Dio ha scelto e accettato di sacrificarsi: “Questo è il mio corpo … questo è il mio sangue offerto per molti”. L’amore di Dio non è mai fatto solo di parole; le parole precedono e accompagnano i fatti. L’amore di Dio, prima di tutto dona.
     Scrive l’evangelista Giovanni: “Da questo sappiamo di averlo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti. Chi dice: «Lo conosco», e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e in lui non c’è la verità. Chi invece osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente perfetto. Da questo conosciamo di essere in lui. Chi dice di rimanere in lui, deve anch’egli comportarsi come lui si è comportato” (1Gv 2,3ss); è chiaro che ciò che Gesù dice e fa, è un modello per noi credenti. Gesù non ci chiede di soffrire, ma di amare, anche a costo della sofferenza. Dio non ci chiede di sacrificare cose né tantomeno persone, ma di offrire noi stessi “come sacrificio vivente, santo e gradito” (Rm 12,1).
     Signore, anche noi come Pietro, Giacomo e Giovanni, siamo un po’ duri di cuore e lenti a capirti: accompagnaci sul monte con Te e mostraci il Tuo volto, altrimenti continueremo a immaginarti, invece di conoscerti.



[1] La parola "olocausto" deriva dal greco olokautosis (ὁλοκαύτωσις), da ὅλος "intero" e καυστός "bruciato"
[2] Divinità indiana, moglie di Śiva, dea della distruzione e della morte. È rappresentata con quattro braccia, cosparsa di sangue e adorna di una collana di teschi e di una cintura di serpenti. Nel Bengala in passato fu venerata con offerte di sacrifici umani.

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