Diventare cattolici non significa smettere di pensare, ma imparare a farlo”.
Gilbert K. Chesterton

sabato 23 giugno 2012

NATIVITA’ DI GIOVANNI BATTISTA




    Durante il regno di Erode il Grande (40 a.C. – 4 d.C.) un sacerdote levita – cioè appartenente alla classe sacerdotale di Israele – di nome Zaccaria, riceve la promessa della paternità tanto attesa e oramai delusa. Il nome Zaccaria significa “Dio ricorda”[1] . Egli è sposato con Elisabetta, anch’ella appartenente alla casata sacerdotale, discende infatti da Aronne – fratello di Mosè e primo sacerdote -.[2]

     L’annuncio dell’angelo è una straordinaria bella notizia per uno che si era oramai tristemente rassegnato all’infertilità. Zaccaria ed Elisabetta hanno a che fare entrambi con il sacerdozio, sono definiti giusti, cioè osservanti della Legge, eppure sono sterili; rappresentano un mondo che sta finendo – il vecchio sacerdozio levitico sta per finire, sta per nascere un grande profeta – il primo del Nuovo Testamento e anche l’ultimo dei profeti.  Siamo sullo spartiacque della storia. Questa coppia simboleggia la chiusura dell’Antico Testamento, mentre Giovanni apre una nuova storia, seppur in radicale continuità. E’ la stessa antica promessa di Dio che si compie: Dio ricorda il suo giuramento e sta per realizzarlo in pienezza.
     Giovanni Battista è il trait d’union tra i due testamenti ed è uno che ha parecchio da insegnarci umanamente e spiritualmente. Prima di tutto perché è il “patrono” dei co-protagonisti, cioè di coloro che sono chiamati a fare da sfondo, sono collaboratori dei protagonisti; di quanti, una volta che hanno compiuto il loro ministero devono accettare serenamente di farsi da parte, godendo di avere fatto il proprio dovere. Giovanni è della scuola di Giuseppe sposo di Maria e di tutti coloro che non si sentono inutili solo perché non hanno diritto al podio e ai primi posti. Giovanni non è un protagonista, perché Cristo è il protagonista, eppure Dio ha scelto di chiedere il suo aiuto. Noi che siamo la maggioranza, probabilmente non saremo mai ricordati dai libri di storia, eppure il Signore ci ha scelti e chiamati a collaborare alla diffusione del suo regno, stando in seconda fila.
     Giovanni Battista è un profeta, cioè un portatore della parola di Dio. E’ uno chiamato innanzitutto ad ascoltare la voce di Dio e a comunicarla, senza operarne riduzioni o amplificazioni personali. Per il profeta è importante la disponibilità e la fiducia in Dio, chi è autonomo – legge a se stesso - non potrà mai essere un vero profeta anche se molti lo definiranno tale -, perché correrà sempre il rischio di  diffondere il proprio verbo e non ciò che Dio gli comunica. Il profeta deve accettare di “dire” le parole di Dio e non le proprie.
     Il profeta deve fare conoscere ciò che Dio vuole, senza lasciarsi condizionare dai limiti umani. Nella storia Dio ha scelto come profeti creature imperfette – chi si sentiva troppo giovane, chi incapace di parlare, chi ignorante, chi impuro -,  a loro non ha mai chiesto di diventare perfette, ma semplicemente di fidarsi e di accettare di servirLo. Questo chiaramente ha un costo, perché Dio non sempre manda ad accarezzare l‘uomo, a volte  e necessario “sradicare, demolire, distruggere e abbattere”.
   Cosa significa? Dio vuole forse il ferimento dell’uomo? No! E’ che per far fiorire un giardino bisogna prima dissodare la terra, fertilizzarla, seminarla, liberarla dalle pietre e dai rovi. Il profeta deve a volte sradicare rovi e pietre pesantissime, prima di veder crescere la pianta della vita. Per far germogliare la vita di Dio è necessario eliminare tutto ciò che la ostacola.
     Giovanni Battista è patrono anche delle vittime della verità e della libertà. Egli ha subito il martirio proprio a causa di quella parola chiara e senza sconti che Dio gli aveva chiesto di annunciare. Del resto questo era il suo ministero, Giovanni doveva annunciare la venuta del Messia e preparargli una strada sgombra. Dio giunge dove trova la strada aperta, ma se essa è ingombrata dal peccato e dall’autonomia difficilmente potrà giungere.

    
    
    


[1] E’ composto dal suffisso YA che è il nome proprio di Dio e il verbo ZAKAR, che significa ricordare
[2] Il nome Elisabetta significa “Dio ha giurato”, deriva infatti a da EL (abbreviazione Elohim) e da una radice verbale che indica il giuramento.

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