Diventare cattolici non significa smettere di pensare, ma imparare a farlo”.
Gilbert K. Chesterton

domenica 7 ottobre 2018

Non è bene che l’uomo sia solo


XXVII DOM. T.O.

     Fin dall’inizio Dio ha detto: “Non è bene che l’uomo sia solo” (Gen 2,18).[1]
     Raccoglietevi, raccoglietevi. Abbiamo bisogno di raccoglimento più di ogni altra generazione sulla Terra, o la nostra umanità precipiterà spiritualmente. Raccoglietevi, voi che vi disperdete negli eventi [...]
Siate silenziosi, affinché il vostro pensiero prolifichi; credete che nell'ora solenne della solitudine con voi stessi non solo sarete migliori nell'anima e nel carattere, ma troverete la forza di portare meglio il peso che il destino e gli uomini vi preparano, di perdonare laddove non avreste potuto perdonare, di credere negli uomini laddove altrimenti sarebbe la disperazione” (Albert Schweitzer, da un sermone tenuto in San Nicola a Strasburgo l'8.12.1918). Abbiamo bisogno del silenzio e della solitudine, come luogo di incontro con Dio e con noi stessi, altrimenti rischiamo di finire centrifugati dall’esistenza.
     Tuttavia c’è una solitudine che può essere maledizione, come dice il biblico Qohelet: «Guai a chi è solo! Se cade, non ha nessuno che lo rialzi» (4,10). Si tratta dell’isolamento che è vuoto e abbandono. In esso può sbocciare la mala pianta della disperazione. Celentano canta: “Sembra quand'ero all'oratorio,  con tanto sole, tanti anni fa.  Quelle domeniche da solo  in un cortile, a passeggiar ...  ora mi annoio più di allora,  neanche un prete per chiacchierar ...” (Azzurro).   Ed è, allora, vero quello che scriveva lo scrittore Vladimir Nabòkov: «La solitudine è il campo da gioco di Satana». Chi è senza legami e senza amore rischia diventa schiavo dell’infelicità.
     Georges Bernanos (1888-1948) nel suo romanzo Monsieur Ouine (1946), non esita a dichiarare: «Si parla sempre del fuoco dell’inferno, mentre l’inferno è freddo», proprio perché è la mancanza del fuoco benefico dell’amore. Laddove si ha una solitudine tale che non si può più  essere raggiunti dalla parola trasformatrice dell'amore, allora noi parliamo di inferno. L’inferno non è un luogo, ma la condizione della totale e definitiva solitudine come rifiuto e chiusura all’amore di Dio e dei fratelli.
     Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di animali selvatici e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo … ma per l’uomo non trovò un aiuto che gli corrispondesse” (Gen 2,19s).    
     Niente di nuovo sotto il sole; anche oggi tante persone affidano agli animali la responsabilità di portarle fuori dalla loro solitudine, ma non è che un ripiego, perché l’essere umano ha bisogno di qualcuno che gli corrisponda che, sia pari a lui. Questo non significa che non possiamo avere un cane o un gatto e che gli animali non debbano esser rispettati, semplicemente, abbiamo bisogno di relazioni umane, date e ricevute. Siamo “geneticamente” fatti per l’incontro. La soluzione alla solitudine è avere il coraggio di costruire luoghi di relazione, dove condividere la propria preziosa umanità.
    La povertà favorisce ulteriormente la solitudine. In un mondo che tende a chiudersi dietro a porte e cancelli sbarrati che, ha paura dell’altro e lo giudica a priori, la nostra Mensa vuole essere una porta aperta e delle braccia accoglienti, dove i fatti devono parlare, anche quando la bocca tace o, quando l’altro non può capire a causa della lingua. Là dove l’orecchio non intende, l’occhio deve poter riconoscere l’amore. Noi cerchiamo di imparare il nome di ognuno dei nostri ospiti, in modo che si sentano conosciuti e guardati e per un istante possano uscire dall’anonimato solitario.
     “Con il suo crepuscolare bagliore digitale lo schermo è diventato una finestra aperta su un nuovo mondo, introducendo al contempo un nuovo genere di solitudine” (Julien Mauve, fotografa francese). Il web di per sé tanto utile, è uno strumento che rischia di generare rapporti illusori e virtuali, dove si è amici di tutti, ma in realtà profondamente soli.
     Scrive Paolo VI: “Esperta di umanità, la Chiesa, … "non ha di mira che un unico scopo: continuare, sotto l’impulso dello Spirito consolatore, la stessa opera del Cristo, venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità, per salvare, non per condannare, per servire, non per essere servito". … In comunione con le migliori aspirazioni degli uomini e soffrendo di vederle insoddisfatte, essa desidera aiutarli a raggiungere la loro piena fioritura, e a questo fine offre loro ciò che possiede in proprio: una visione globale dell’uomo e dell’umanità” (Populorum progressio 13). La Chiesa è estremamente preziosa, perché depositaria del Vangelo che ha al suo cuore l’amore per Dio e per gli uomini.  Essa è dalla parte dell’uomo, proprio perché dalla parte di Dio. Del resto la fede cristiana vissuta in profondità genera sempre relazione: “Chi non ama il fratello che vede, non può amare Dio che non vede”.
     Per questo la Chiesa è stata da sempre strenua difenditrice del matrimonio e della famiglia, perché sa bene che esse sono i luoghi fondamentali dove si forma l’uomo e dove impara ad amare. Ogni attacco alla famiglia, spaventa la Chiesa, perché lentamente ferirà l’essere umano, facendolo sprofondare ulteriormente nella solitudine.
     Padre, fa che la Chiesa possa essere il luogo dove l’uomo incontra Te e si sente spinto ad amare il proprio simile.
       


[1] Dio-Jahvè pronunzia le parole circa la solitudine, le riferisce alla solitudine dell’“uomo” in quanto tale, e non soltanto a quella del maschio (Il testo ebraico chiama costantemente il primo uomo “ha’adam”, mentre il termine “‘” [“maschio”] viene introdotto soltanto quando emerge il confronto con la “‘iššâ” [“femmina”]. Solitario era quindi l’uomo senza riferimento al sesso.

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