“Diventare cattolici non significa smettere di pensare, ma imparare a farlo”. Gilbert K. Chesterton
Visualizzazione post con etichetta catechesi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta catechesi. Mostra tutti i post
lunedì 28 novembre 2016
venerdì 31 maggio 2013
Voglio essere trasformato?
Nella seconda lettera ai Corinzi, san Paolo utilizza un’espressione particolarissima. Dice: «Veniamo trasformati in quella medesima immagine» (2Co 3,18). Nella lettera ai Colossesi, invece, parla di “rivestirsi dell’uomo nuovo” che «si rinnova,
per una piena conoscenza, ad immagine del suo Creatore» (Col 3,10). Le
due espressioni utilizzate “veniamo trasformati / si rinnova” portano
impresso in sé il movimento verso Dio o meglio la dinamicità della vita
con Dio.
Veniamo trasformati
domenica 29 luglio 2012
GALATEO IN CHIESA
Premessa
Le belle maniere in Chiesa sono espressione della fede che abbiamo
e del rispetto che nutriamo per il Signore. Ci permettiamo di «ripassare» alcune indicazioni.
martedì 8 maggio 2012
Da monsignor Gianfranco Ravasi
Quando (monsignor Dino Foglio) mi invitò per
venire qui, in mezzo a voi (Rinnovamento nello Spirito), a quelli che erano qui allora, mi
disse ciò che sotto il segno della cortesia, della gentilezza,
dell’augurio, soprattutto nei confronti di un ecclesiastico, spesso si
dice: “io ti invito, devi venire e poi vorrò invitarti ancora,
soprattutto voglio invitarti quando sarai Cardinale”. E proprio oggi si
compie il suo annunzio. Per questo devo dire che mi trovo in mezzo a voi
con gioia, soprattutto avendo alle spalle la sua figura, la sua
testimonianza.
Come è stato anticipato da Salvatore Martinez con un aggettivo
davvero significativo, che mi mette anche in difficoltà effettivamente,
quello che farò con voi è un itinerario arduo. Arduo, non perché
la prima lettera ai Corinzi sia particolarmente complessa, anzi, per
molti versi è una delle lettere più trasparenti di Paolo, è una lettera pastorale nel senso proprio del termine. Ma è arduo il versetto che è stato scelto (1 Cor 2,13). E io mi fermerò su questo versetto apparentemente minimo.
martedì 27 marzo 2012
Predica di padre Cantalamessa: Lo Spirito Santo. Da leggere poco alla volta
1. La fede termina alle cose
Il filosofo Edmund Husserl ha riassunto il programma della sua fenomenologia nel motto: Zu den Sachen selbst!, alle cose stesse, alle cose come sono in realtà,
prima della loro concettualizzazione e formulazione. Un altro
filosofo venuto dopo di lui, Sartre, dice che “le parole e, con
esse, il significato delle cose e i modi del loro uso” non sono che “ i
tenui segni di riconoscimento che gli uomini hanno tracciato sulla
loro superficie”: bisogna oltrepassarli per avere la rivelazione
improvvisa, che lascia senza fiato, della “esistenza” delle cose[1].
martedì 20 marzo 2012
"AMEN"
Il Credo, come pure l’ultimo
libro della Sacra Scrittura, termina
con la parola ebraica Amen. La si trova frequentemente alla fine delle
preghiere del Nuovo Testamento. Anche la Chiesa termina le sue preghiere con
«Amen».
giovedì 8 dicembre 2011
Cinque domande, una risposta: la carità nella verità. Un'analisi del testo di Joseph Ratzinger sui divorziati risposati 5
Molti affermano che l'atteggiamento della Chiesa nella
questione dei fedeli divorziati risposati è unilateralmente normativo e
non pastorale.
La quinta ed ultima obiezione critica contro la dottrina e la prassi
della Chiesa riguarda alcuni problemi di carattere pastorale. Si reputa
eccessivamente legalistico il linguaggio dei documenti ecclesiali, e la
durezza della legge prevarrebbe sulla comprensione per situazioni umane
drammatiche.
mercoledì 7 dicembre 2011
Cinque domande, una risposta: la carità nella verità. Un'analisi del testo di Joseph Ratzinger sui divorziati risposati 4
Molti accusano l'attuale Magistero di proporre una visione preconciliare del matrimonio.
C’è chi sostiene, fra i teologi, che i documenti magisteriali più
recenti mostrano una concezione naturalistica e legalistica del
matrimonio; il Concilio Vaticano II – dicono ancora – ha superato questo
ostacolo descrivendo il matrimonio in modo più personalistico come
patto di amore e di vita, aprendo così la possibilità di risolvere le
situazioni difficili in modo più umano.
martedì 6 dicembre 2011
Cinque domande, una risposta: la carità nella verità. Un'analisi del testo di Joseph Ratzinger sui divorziati risposati 3
Molti propongono di permettere eccezioni dalla norma
ecclesiale, sulla base dei tradizionali principi dell'epicheia e della
aequitas canonica.
“Epicheia” ed “aequitas canonica” sono due termini di matrice
filosofico-teologica molto vasti, utilizzati in questo nostro caso
specifico nell’ambito giuridico del Diritto Canonico.
lunedì 5 dicembre 2011
Cinque domande, una risposta: la carità nella verità. Un'analisi del testo di Joseph Ratzinger sui divorziati risposati 2
Altri obiettano che la tradizione patristica lascerebbe
spazio per una prassi più differenziata, che renderebbe meglio giustizia
alle situazioni difficili; la Chiesa cattolica in proposito potrebbe
imparare dal principio di "economia" delle Chiese orientali separate da
Roma.
La seconda obiezione pone in rilievo una certa tolleranza e
flessibilità sul piano pastorale, accolta da alcuni in epoca patristica
in riferimento a singole situazioni difficili (sebbene i Padri si
attenessero chiaramente al principio dottrinale dell'indissolubilità del
matrimonio).
sabato 3 dicembre 2011
Cinque domande, una risposta: la carità nella verità. Un'analisi del testo di Joseph Ratzinger sui divorziati risposati
L’Osservatore Romano ha pubblicato in questi giorni uno dei testi meno
conosciuti del card. Joseph Ratzinger, presentato nel 1998 in qualità di
Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, a proposito di
alcune obiezioni contro la dottrina della Chiesa circa la recezione
della Comunione eucaristica da parte di fedeli divorziati
risposati. L’esigenza di fare chiarezza su un argomento così delicato è
molto grande, soprattutto nel contesto storico odierno dove i criteri di
unità familiare e di indissolubilità coniugale sono quotidianamente
messi alla prova. Il testo di J. Ratzinger, “La pastorale del
matrimonio deve fondarsi sulla verità”, prende le mosse da una Lettera
della Congregazione per la Dottrina della Fede – firmata dallo stesso
Ratzinger il 14 settembre 1994 – circa la recezione della Comunione
eucaristica da parte di fedeli divorziati risposati, accolta con qualche
critica in diversi ambiti ecclesiastici. Nel 1998, il Prefetto del
Sant’Uffizio ritenne opportuno pubblicare un ulteriore documento
chiarificatore per rispondere ad alcune obiezioni contro la dottrina e
la prassi della Chiesa, e che proveremo adesso a sintetizzare in questa
nostra riflessione.
***
Molti ritengono, adducendo alcuni passi del Nuovo Testamento,
che la parola di Gesù sull'indissolubilità del matrimonio permetta
un'applicazione flessibile.
lunedì 14 novembre 2011
Proclamare la parola di Dio durante la liturgia 3
Non si leggono mai i titoli (es: Accoglienza- Preghiere dei fedeli- Prima lettura- Seconda lettura; …).
Il foglietto delle letture non va portato all’ambone; la Parola deve essere letta dal Lezionario.
Ricordarsi di posizionare in modo giusto il microfono.
Aspettare che tutti siano seduti.
Il foglietto delle letture non va portato all’ambone; la Parola deve essere letta dal Lezionario.
Ricordarsi di posizionare in modo giusto il microfono.
Aspettare che tutti siano seduti.
sabato 12 novembre 2011
Proclamare la Parola durante la Liturgia 2
COME PROCLAMARE LA PAROLA DI DIO
La lettura (o, meglio, la proclamazione) in assemblea è il risultato di due operazioni che tutti facciamo normalmente: leggere e parlare. Il carattere pubblico della lettura, però, richiede il rispetto di alcuni principi.
Non si legge in assemblea come si legge personalmente un giornale o un romanzo e non si parla in assemblea come si fa conversando fra due o tre persone.
Non si legge in assemblea come si legge personalmente un giornale o un romanzo e non si parla in assemblea come si fa conversando fra due o tre persone.
giovedì 10 novembre 2011
Proclamare la Parola durante la Liturgia 1
Il compito dei lettori
a) Proclamare significa non soltanto leggere ad alta voce:
Rendere pubblico: portare a conoscenza di quanti sono presenti ciò che si legge; la Parola di Dio proclamata nella liturgia è, in qualche modo, sempre nuova, anche se già conosciuta.
Acclamare con solennità: la proclamazione della Parola è una azione liturgica, un atto di culto; quindi, si trasmette agli uomini la volontà del Signore, ma nel contempo si acclama il Dio vivente che visita il suo popolo.
Rivelare: ogni proclamazione della Parola è in un certo senso una nuova rivelazione... è un porgere di nuovo all'assemblea dei fedeli la rivelazione che Gesù Cristo fa in quel preciso momento e a quegli uomini concreti.
b) L'azione del proclamare riguarda la Parola di Dio
È un vero e proprio atto di culto: cioè, contribuisce alla lode di Dio: la proclamazione della Parola è sempre rendimento di grazie per la salvezza e alla santificazione dell'uomo (la Parola di Dio nutre la fede, orienta i fedeli verso Dio, suscita la risposta personale al Signore).
La proclamazione è un’ azione attraverso cui Cristo continua a svolgere la sua missione di annunciatore della Parola del Padre.
Nella celebrazione liturgica la Parola di Dio manifesta la sua attualità e la sua vitalità: la Bibbia ci tocca da vicino, è l'annuncio di salvezza qui, adesso, per me, in questa particolare situazione, sempre unica e irrepetibile.
Produce sempre qualche cosa, è una forza che opera, è un germe carico di vita. Infatti, se Cristo è presente e operante quando si proclama la Parola di Dio, la sua é certamente una presenza efficace, operosa, santificatrice.
L'annuncio della Parola è salvezza (Is 55,10-11), produce speciali disposizioni nei fedeli ed è fonte della loro risposta e della loro preghiera (SC 33).
Circa l'efficacia della proclamazione della Parola, non va dimenticato che le letture costituiscono, insieme con la liturgia eucaristica, un unico atto di culto: le letture ricordano, proclamano e attuano l'avvenimento salvifico che la celebrazione eucaristica renderà presente in pienezza.
sabato 15 ottobre 2011
Kyrie eleison
"Il termine misericordia è la traduzione della parola greca eleos e ha la stessa radice dell'antico termine greco che designa l'olio, e più precisamente l'olio d'oliva, una sostanza che era largamente utilizzata come cura per le contusioni e le ferite minori. L'olio veniva versato sulla ferita e lo si usava per un massaggio dolce. Il termine ebraico che è tradotto con eleos e misericordia è hesed, che significa amore indefettibile. Le espressioni greche per "Signore pietà" o "Signore, misericordia", sono "Kyrie eleison", che significano: "Signore, calmami, confortami, caccia da me il dolore, mostrami il tuo amore".
Così la misericordia non si riferisce tanto alla giustizia o all'assoluzione, ma all'infinita bontà di Dio, alal sua compassione per la sofferenza dei suoi figli.
sabato 1 ottobre 2011
Il Decalogo 9
IX e X ► Identico è l’imperativo che regge i due ultimi comandamenti: “Non desiderare….!”. Sorprendente per il lettore moderno è la serie degli oggetti di questo imperativo. Nella redazione del Decalogo così come ci è offerta dal libro dell’Esodo la sequenza è, infatti, questa: “Non si devono desiderare la casa, la donna, lo schiavo, gli animali, le cose del prossimo” (20,17). Anche se l’altra redazione dei dieci comandamenti -quella contenuta nel libro del Dt- anticipa il desiderio della donna rispetto a quello della casa, è indubbio che si prova un certo imbarazzo nel vedere ridotta la moglie ad un puro e semplice bene di proprietà (in una struttura sociale di tipo maschilista, essa era considerato un tesoro clanico in quanto fattrice di figli e non un ‘tesoro’ in senso affettivo).
giovedì 29 settembre 2011
Il Decalogo 8
VIII ► A livello popolare è, questo, il comandamento che colpisce una piaga universale, quella della menzogna, della calunnia, della mormorazione, della maldicenza e così via. E questa convinzione ha un suo fondamento.
Tuttavia, il significato primario del precetto biblico puntava soprattutto alla sfera pubblica, ossia all’orizzonte giudiziario e processuale, per cui la resa migliore dell’originale ebraico dovrebbe essere piuttosto questa: «Non deporre contro il tuo prossimo come testimone falso».
Il verbo usato è, infatti di taglio giuridico e riguarda precisamente la comparizione di un testimone durante un processo.
Tuttavia, il significato primario del precetto biblico puntava soprattutto alla sfera pubblica, ossia all’orizzonte giudiziario e processuale, per cui la resa migliore dell’originale ebraico dovrebbe essere piuttosto questa: «Non deporre contro il tuo prossimo come testimone falso».
Il verbo usato è, infatti di taglio giuridico e riguarda precisamente la comparizione di un testimone durante un processo.
mercoledì 28 settembre 2011
Il Decalogo 7
VII ► Il settimo comandamento è inciso nella memoria di tutti con quell’imperativo scandito da due parole, «Non rubare», in ebraico Lô tignôb .
martedì 27 settembre 2011
Il Decalogo 6
VI ► Al di là delle varie formulazioni successive, il tenore originario del sesto comandamento era piuttosto questo: «Non commettere adulterio». Il verbo ebraico usato, na’af, si riferisce infatti all’ambito matrimoniale e il comandamento -sia pure sotto il velo dell’imperativo negativo- vorrebbe sostenere soprattutto il matrimonio nella sua dignità e nei suoi diritti e doveri.
lunedì 26 settembre 2011
Il Decalogo 5
V ► Lapidario nella sua formulazione imperativa, il quinto comandamento esalta la sacralità della vita umana, la sua intangibilità, come già si proclamava nella prima alleanza stipulata tra Dio e la sua umanità generata dal lavacro purificatore del diluvio e incarnata dalla figura di Noè: «Chi sparge il sangue dell’uomo, dall’uomo il suo sangue sarà sparso, perché a immagine di Dio egli ha fatto l’uomo» (Gn 9).
In modo più intenso e poetico Giobbe affermerà: «Il Signore ha in mano l’anima di ogni vivente e il respiro di ogni carne umana».
In modo più intenso e poetico Giobbe affermerà: «Il Signore ha in mano l’anima di ogni vivente e il respiro di ogni carne umana».
Iscriviti a:
Post (Atom)

