Cinquant’anni dopo la sua promulgazione da parte di Papa Paolo VI, si leggerà,
infine, la costituzione del concilio Vaticano II sulla sacra liturgia? La
"Sacrosanctum concilium" non è di fatto un semplice catalogo di
“ricette” di riforme, ma una vera e propria "magna charta" di ogni
azione liturgica.
Ciascuno dei quattro vangeli termina con la descrizione delle
apparizioni del Signore risorto ai suoi discepoli. Lo avevano visto
soffrire e morire, e ora sperimentavano la sua gloriosa presenza, non
più terrena ma radiosamente trasformata. La loro emozione e la loro
gioia sono espressi da San Pietro mentre si getta dalla barca e corre
incontro a Gesù, non appena il discepolo amato lo aveva visto sulla
riva, esclamando: "E' il Signore!" (Gv. 21, 1-8).
L’ultima parte, quella conviviale, aperta dal Padre nostro, l’invocazione della pace, lo scambio della pace, la comunione, diventa il momento in cui ci viene data la comunione, cioè ci viene offerto il Signore Gesù che entra nella nostra vita come pane, ma è entrato prima anche come Parola nelle nostre orecchie. Ascoltando abbiamo già fatto la comunione, adesso la facciamo con il sacramento del pane riconoscendo che abbiamo così la forza per fare quello che ci è stato proposto.
La mensa del Pane Inizia quindi il prefazio. "Il Signore sia con voi, in alto i nostri cuori", come dire: "Ragazzi, alziamo il livello"; non è semplicemente "coraggio". "In alto i nostri cuori" vuol dire: teniamo un profilo alto, tendiamo verso l’alto, orientiamoci a ciò che è elevato. A questo punto voi rispondete "Sono rivolti al Signore". Meno male, se è vero siamo a posto! Io vi ho detto: "In alto i cuori" e voi affermate "Sono rivolti al Signore"; pensateci un po’ seriamente. Il nostro cuore, ognuno dice il proprio, ma lo diciamo tutti insieme: i nostri cuori sono rivolti al Signore. Dove volete che siano rivolti i nostri cuori? Noi abbiamo raccolto tutti i problemi, tutte le cose che ci stanno a cuore, ma adesso il cuore è rivolto al Signore. Allora, se è vero che il cuore è rivolto al Signore, che cosa dobbiamo fare? Rendiamo grazie! Messa è ringraziamento, eucaristia vuol dire proprio ringraziamento.
Proviamo allora a riprendere lo schema fondamentale della Messa, sottolineando alcuni elementi di partecipazione a questo evento fondamentale. La prima parte introduttiva ci prepara, poi c’è la mensa della Parola. Su questo mi sono già dilungato in un incontro precedente. Nella Liturgia della Parola ascoltiamo il profeta, l’apostolo, il Vangelo, ascoltiamo il ministro della Chiesa che ci propone una sua riflessione, professiamo la nostra fede, innalziamo al Signore la nostra preghiera. Fine della prima parte, inizia il secondo tempo; è un film a due tempi, due mense, due modi di mangiare; abbiamo ascoltato una parola che produce qualche cosa dentro di noi e questo è un discorso molto importante. Guardate che non è semplicemente sensazione, emozione. Se ascoltiamo veramente il Signore che parla allora qualcosa in noi succede, perché la sua presenza è potente e operante. Attraverso la parola il Signore Gesù è entrato nella nostra vita, può e vuole operare e qualcosa tocca. Di tutto quello che abbiamo ascoltato, se lo abbiamo fatto con partecipazione attiva, qualcosa c’è stato, è avvenuto qualcosa, il Signore mi ha detto qualcosa; non solo con la testa ho capito, ma mi ha toccato. Magari mi ha fatto i complimenti dicendo che vado bene così come faccio, oppure mi ha detto: "Guarda che così non va tanto bene". Mi ha incoraggiato, mi ha turbato, mi ha rallegrato, mi ha rattristato: qualcosa ha fatto. Se io ho ascoltato, qualcosa in me è avvenuto.
L’evento della Messa La Messa è un evento, cioè è una azione fatta di parole, di gesti simbolici, significativi, che comunica qualcosa: significa, manda dei messaggi, insegna, ma non solo; noi infatti ascoltiamo le letture. In un incontro precedente insistevo sull’importanza di ascoltare bene le letture, di farne tesoro durante la settimana, di riprendere le letture domenicali e di gustarle lungo la strada cioè nel corso della settimana. La Messa è quindi un’ottima fonte di formazione biblica: ascoltiamo la parola di Dio, cantiamo il Salmo, ascoltiamo la meditazione del celebrante che ci aiuta, ci provoca, ci dà un consiglio, ci offre un esempio di interpretazione; impariamo perciò qualcosa, ma non è catechismo, non è un incontro di formazione. La Messa infatti non è semplicemente l’occasione per imparare qualcosa, per sentire un discorso, ma la Messa è un evento, perché avviene qualcosa, succede qualcosa e, se tu partecipi bene, nella tua vita succede qualcosa. Cerco di farmi capire. Siamo nell’ordine di idee della poesia, piuttosto che della scuola.
La messa domenicale per la nostra esperienza è una piccola cosa all’interno di tante altre attività e iniziative che costellano i nostri giorni, le nostre settimane e i nostri anni di attività parrocchiale e cristiana. Sappiamo però, come credenti, che non è una piccola realtà, ma grandissima: è l’elemento fondamentale della nostra esperienza; occupa solo un’ora scarsa all’interno di una settimana, eppure è l’elemento centrale, dominante. La Messa culmine e fonte della vita cristianaIl Concilio Vaticano II ha lanciato una formula originale e intelligente presentando l’Eucaristia come culmine e fonte della vita cristiana. "Culmine", cioè come punto di arrivo, "fonte" come punto di partenza. È l’uno o è l’altro? È il punto di arrivo o è il punto di partenza? No!, è tutti e due, anche perché la Messa domenicale si colloca proprio nel ciclo della settimana.
In questa fase possiamo individuare i seguenti elementi:
1. preparazione dell’altare 2. presentazione del pane e del vino 3. raccolta delle offerte in denaro 4. l’invito alla preghiera 5. l’orazione sulle offerte
Nel passato questa parte della Messa veniva chiamata “offertorio”. La nuova denominazione “preparazione dei doni” è più appropriata, perché toglie la possibilità di confonderla con l’offerta vera e propria che si ha nella consacrazione.
- La preparazione dell’altare: terminata la liturgia della parola, il celebrante si porta dall’ambone all’altare, che diventa il centro della liturgia eucaristica. I ministri o il sacerdote stesso preparano sull’altare, il corporale, il purificatoio, il calice con la pisside o patena e il messale. - La presentazione del pane e del vino: essi sono gli elementi materiali del sacrificio. Il pane e il vino, soprattutto per il mondo biblico, avevano un forte significato simbolico, perché costituivano la base del nutrimento e quindi, un mezzo essenziale per il mantenimento della vita. In Lam 2,12 troviamo che i bambini che stanno morendo di fame chiedono alle loro madri: “Dove sono il grano e il vino?”. Il grano e il vino però non sono solamente frutti della fatica umana, ma dono della provvidenza divina, per cui attraverso questi due elementi si rende grazie a Dio anche per la sua attenzione per l’uomo: “Accogli Signore i nostri doni, in questo misterioso incontro tra la nostra povertà e la tua grandezza. Noi ti offriamo le cose che tu stesso ci hai date, e tu in cambio donaci te stesso”. Anche attraverso questi segni, il cristiano viene aiutato a comprendere che tutti viviamo dell’amore gratuito di Dio e per questo tutta la vita deve essere benedizione e ringraziamento. E’ molto chiara in tal senso la preghiera sul pane e sul vino: Benedetto sei tu Signore Dio dell’universo, dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane e questo vino frutti della terra e del lavoro dell’uomo; li presentiamo a te perché divento per noi cibo e bevanda di salvezza”.
Il vino viene a un certo punto mescolato con alcune gocce d’acqua, dicendo le parole: “L’acqua unita al vino sia segno della nostra unione con la natura divina di Colui che ha voluto assumere la nostra natura umana”. Quindi quell’acqua nel vino viene ad assumere un doppio significato: simboleggia l’unione della nostra natura umana (acqua) con la natura divina di Cristo (vino); ma simboleggia anche l’unione della natura divina nella persona di Cristo, mediante l’incarnazione.
Lasciando la liturgia della parola, che ha risvegliato e nutrito la nostra fede, passiamo ora alla “liturgia eucaristica”, che ci donerà la persona di Cristo mediante il sacramento del pane e del vino.
“Nell’ultima cena, Gesù istituì il sacrificio e convito pasquale per mezzo del quale è reso di continuo presente nella Chiesa il sacrificio della croce, allorché il sacerdote, che rappresenta Cristo Signore, compie ciò che il Signore stesso fece e affidò ai discepoli, perché lo facessero in memoria di lui” (PNMR 48).
Portiamoci con la mente al Cenacolo; vediamo ciò che Gesù compì istituendo l’Eucaristia, e poi guardiamo ciò che la Chiesa fa, celebrando la messa. Nella notte in cui fu tradito, Gesù prese il pane e il vino, rese grazie consacrandoli, li diede ai discepoli, dicendo nello stesso tempo “Prendete, mangiate/bevete; questo è il mio corpo /è il mio sangue; fate questo in memoria di me”.
Da quei gesti e parole di Gesù, che istituisce l’Eucaristia, emergono tre elementi che formano i tre momenti della liturgia eucaristica nelle nostre chiese:
1.“Prese …”= preparazione dei doni, quando vengono portati all’altare pane e vino con acqua;
2.“Rese grazie …”= preghiera eucaristica, con la quale si rende grazie a Dio per tutta l’opera della salvezza, e le offerte diventano il corpo e il sangue diCristo.
3.“Diede loro …”= riti di comunione, quando, mediante la frazione di un unico pane si manifesta l’unità dei fedeli in Cristo, i quali si cibano del corpo e del sangue del Signore.
Con il comando: “Fate questo in memoria di me”, Gesù trasferisce lungo tutto il tempo della Chiesa, quanto fece nel Cenacolo, per cui quel suo gesto dell’Ultima Cena, non rimane un fatto limitato alla sua vita terrena.
La liturgia eucaristica, quale la Chiesa l’ha formulata, è una preghiera eminentemente trinitaria, che si rivolge al Padre mediante Cristo e nello Spirito.
Perché leggere l’AT? Ancora una volta ci soccorre il Concilio: “Dio dunque, il quale ha ispirato i libri dell'uno e dell'altro Testamento e ne è l'autore, ha sapientemente disposto che il Nuovo fosse nascosto nel Vecchio e il Vecchio fosse svelato nel Nuovo. Poiché, anche se Cristo ha fondato la Nuova Alleanza nel sangue suo, tuttavia i libri del Vecchio Testamento, integralmente assunti nella predicazione evangelica, acquistano e manifestano il loro pieno significato nel Nuovo Testamento, che essi a loro volta illuminano e spiegano” (DV 16).
La Chiesa quindi non può prescindere dall’ascolto dell’AT, perché esso è memoria di tutto il cammino percorso dall’uomo insieme a Dio ed è preparazione e anticipazione del NT. Senza tale ascolto rischiamo di non comprendere pienamente nemmeno il messaggio di Cristo.Essa viene ascoltata stando seduti (atteggiamento di ascolto e disponibilità). Non è bene leggere nel contempo su un foglietto o messalino.
Il Salmo responsoriale
Il libro dei Salmi costituisce un patrimonio unico; sono le parole ispirate da Dio, con le quali milioni di credenti hanno pregato per migliaia di anni. Sono le parole che Dio stesso ha dato all’uomo perché potesse pregarlo.
Il Salmo, nella liturgia, costituisce la risposta alla prima lettura. Giovanni Crisostomo scrive: “Vi esorto dunque a non uscire di qui a mani vuote, maa raccogliere i ritornelli come perle, per custodirli sempre con voi, per meditarli, per cantarli tutti ai vostri amici” (Esposizione del Salmo 41). Esso è in diretta connessione con la relativa lettura: in tal modo la si attualizza sotto forma di preghiera. Afferma Agostino: “Dio loda se stesso nella comunità con le sue stesse parole”.
-La seconda lettura o apostolo
Per comprendere bene la funzione della seconda lettura, occorre ricordare che nei lezionari delle Chiese antiche, e in Oriente ancora oggi, si aveva un libro liturgico apposito, l’Apostolo, che riportava in ordine li testi tratti dal NT, esclusi i quattro Vangeli. Le Chiese avevano gelosamente custodito “le memorie degli Apostoli”, come già sichiamano nel II sec.. Esse erano destinate a illustrare l’Evangelo della vita del Risorto con la forza della testimonianza della prima generazione dei discepoli del Signore, quelli che avevano visto e ascoltato il Signore, accompagnandolo lungo la sua missione terrena fino alla croce.
Al termine della prima e della seconda lettura, il lettore dice: “Parola di Dio” e non “E’ parola di Dio”. Per comprenderne la ragione, dobbiamo andare a guardare gli scritti dei profeti, i quali al temine di ogni loro comunicazione, dicevano: “Oracolo del Signore”. Ciò manifesta in maniera più chiara che è Dio stesso che sta parlando.
-L’Evangelo
La proclamazione dell’Evangelo, costituisce il culmine della liturgia della Parola, in quanto sottolinea la centralità di Cristo presente nella celebrazione e dà la chiave interpretativa dell’AT. Per questo tale lettura è circondata di particolare attenzione con segni di onore, sia da parte del ministro che dell’assemblea.
Innanzitutto il Vangelo è preceduto dal canto (non dalla recita, perché rende meglio il fatto di essere un grido di gioia – qualora non lo si cantasse, può essere tralasciato ) dell’Alleluja, che significa “lodate YHWH” (è la traslitterazione della parola ebraica che significa “Preghiamo (Hallelu) il Signore (Yah) o “Lodiamo il Signore) e in Quaresima da “Lode a te o Cristo”.Il versetto all’Alleluja mette in risalto il messaggio centrale del Vangelo che segue.
Il ministro incaricato di proclamare il Vangelo fa due cose:
-si prepara a tale proclamazione con una preghiera particolare che recita sottovoce mentre fa l’inchino con tutto il corpo davanti all’altare: “Purifica il mio cuore e le mie labbra, Signore, perché possa annunciare degnamente la tua parola” oppure se è un diacono a proclamare, il sacerdote gli darà una benedizione, usando le stesse parole, ma in seconda persona. La proclamazione dovrebbe essere preceduta dall’incensazione e conclusa con il bacio del libro dicendo le parole: “La parola del Vangelo cancelli i nostri peccati”.
-I fedeli ascoltano il Vangelo in piedi, come segno di particolare devozione e prontezza ad accogliere Gesù Cristo Verbo incarnato, per poi annunciarlo alle genti.
-Un altro gesto compiuto da tutti è il segno della croce sulla fronte, sulle labbra e sul petto. Questo uso che risale all’XI sec., è ricco di significato. Con esso infatti chiediamo che le parole del Vangelo, che tra poco ascolteremo, ci invadano completamente, piantino solide radici nella nostra intelligenza, nel nostro cuore e le nostre labbra parlino di conseguenza. Significa anche manifestare la nostra volontà di fare il possibile per trasmettere agli altri quello che abbiamo ricevuto.
-L’Evangelo può essere proclamato solo da un ministro ordinato: diacono, presbitero o vescovo per sottolineare che la parola ascoltata non è una parola ordinaria, ma che per bocca sua, Cristo vivente parla alla sua Chiesa.
Proprio perché si ha a che fare con la parola di Dio, non è indifferente chi la proclama. Il lettore deve infatti unire in sé, l’impegno a una vita coerente, secondo le Scritture, così che la sua vita non contraddica ciò che proclama, ma anche reali capacità e competenze tecniche. Non si può privilegiare il piacere di un singolo, a scapito dell’assemblea, che ha il diritto di ascoltare una parola proclamata con chiarezza.
-L’omelia
Essa è obbligatoria nelle domeniche e nelle feste di precetto, è vivamente consigliata negli altri giorni. Ha lo scopo di far constatare come le grandi promesse di Dio si siano realizzate nella persona e nell’opera di Cristo; per evitare che risulti una semplice operazione storica, deve essere l’eco della parola divina proclamata da Cristo migliaia di anni fa e resa attuale e accessibile oggi.
“Deve essere la spiegazione o di qualche aspetto delle letture della Sacra Scrittura, o di un altro testo dell’ordinario o del Proprio della Messa del giorno, tenuto conto sia del mistero che viene celebrato, sia delle particolari necessità di chi ascolta” (PNMR 41).
Ascoltiamo cosa scrive D. Bonhoeffer nel suo libro “Sequela”: “Certo, crediamo anche noi che tutt'altra gente ascolterebbe la Parola e ben altri si allontanerebbero da essa, se Gesù stesso, se nel sermone, Gesù solo fosse in mezzo a noi con la sua Parola. Non che la predicazione della nostra chiesa non sia più Parola di Dio; ma quale tono impuro, quante dure leggi umane, quante a se speranze e consolazioni offuscano la chiarezza della Parola di Gesù e rendono difficile una scelta genuina! Non è certo solo colpa degli altri se la nostra predicazione, che senz'altro vuol essere solo annunzio di Cristo, appare loro dura e difficile, perché è farcita di formule e concetti a loro estranei. Non è certo vero che ogni parola che oggi vien detta contro la nostra predicazione è già un rifiuto di Cristo, un'opposizione al cristianesimo. Vogliamo veramente rinnegare la comunione con coloro che vengono ad ascoltare la nostra predicazione - e sono numerosi -, e che ciononostante sempre di nuovo devono ammettere, addolorati, che rendiamo loro troppo difficile l'accesso a Cristo? Sono convinti di non volersi sottrarre alla Parola di Gesù, ma che troppe sovrastrutture umane di istituzioni, di dottrina si frappongono tra loro e Gesù. … Ma non sarebbe pure una risposta il chiederci se non siamo spesso noi stessi a precludere la strada alla Parola di Gesù, restando forse troppo strettamente legati a determinate formule, ad un tipo di predicazione adatto a un determinato tempo e luogo e ad una determinata struttura sociale? essendo forse veramente troppo 'dogmatici' e troppo poco «aderenti alla vita»? ripetendo volentieri certi pensieri della Scrittura e trascurandone altri non meno importanti? annunziando sempre ancora troppo opinioni e convinzioni personali e troppo poco semplicemente Gesù Cristo?”.
L’omileta sapiente, dovrebbe, come “un padrone di casa che estrae dal suo tesoro come nuove e cose antiche”, sapere trarre dal tesoro della parola, il necessario per arricchire la vita di chi ascolta. Scrive un autore francese del ‘700: “Le omelie assomigliano alla spada di Carlomagno: sono lunghe e piatte” e più di recente un giornalista italiano ha affermato (vado a senso) che certe omelie sono interessanti come un film pakistano sottotitolato in arabo.
Non dimentichiamo però che l'omelia non è il tutto della celebrazione, per cui non possiamo condizionare la partecipazione all'Eucaristia dalla capacità omiletica o meno del sacerdote.
“Applicatevi con impegno alla lettura della Sacra Scrittura, non solamente quando vi riunite qui, ma anche quando siete in casa. Prendete tra le mani i libri divini e sforzatevi di cogliere tutti i frutti che vi trovate: essi sono là per voi. Tale lettura offre preziosi vantaggi: innanzitutto la lettura scioglie la lingua; inoltre l’anima si eleva alla luce del Sole di giustizia, si illumina, si libera dalle seduzioni di un pensiero impuro e gioisce della pienezza del riposo e della tranquillità. Il cibo materiale aumenta le forze del corpo; la lettura aumenta le forze dell’anima; è un alimento spirituale che dà energia alla ragione, vigore all’anima, le comunica la costanza della sapienza, non le permette di divenire preda delle passioni insensate, la rende leggera, le mette le ali, la trasporta, per così dire, in cielo” (Giovanni Crisostomo, Sulla Genesi, Omelia 29,2). … “Nessuno deve esimersi da questo dovere: “Non sono religioso né monaco, si dice, ho moglie e figli, e la responsabilità di una casa. Ecco la grande piaga del nostro tempo: credere che la lettura della Scrittura sia buona solo per i religiosi, mentre i secolari ne hanno maggior bisogno. Infatti quelli che si trovano nel vivo del combattimento e ricevono ogni giorno nuove ferite hanno maggior necessità di rimedi che non gli altri. Il non leggere i libri che contengono la parola diDio è un gran male, ma c’è un male anche peggiore, ed è quello di persuadersi che questa lettura è inutile” (Giovanni Crisostomo, Su Matteo, Omelia 2,5-6).
Nel Vangelo troviamo: “Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4,4), per questo, una volta che l’assemblea si è preparata attraverso i riti iniziali – ha preso coscienza di essere uscita dallo spazio profano e di essere entrata alla presenza della Trinità e, s’è purificata dai propri peccati -, si appresta ad accogliere la parola di Dio, come cibo indispensabile per la vita (ricordo che si parla di “mensa” della parola). San Cromazio di Aquilea si esprimeva in questi termini: “Quando si legge il Vangelo, si mangia il Vangelo – legitur Evangelium, manducatur Evangelium”.
Nel passato i moralisti dicevano che per adempiere il precetto domenicale senza incorrere in una colpa grave, bastava arrivare alla celebrazione, al Credo o all’Offertorio. Chiaramente si affermava, anche se indirettamente che, la prima parte della celebrazione era meno importante del resto, e quindi si poteva più facilmente evitarla.
Il Concilio Vaticano II ha cercato di porre un rimedio a questa aberrazione, affermando: “La Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il Corpo stesso di Cristo, non mancando mai, soprattutto nella sacra liturgia, di nutrirsi del pane di vita dalla mensa sia della parola di Dio che del Corpo di Cristo, e di porgerlo ai fedeli. Insieme con la sacra Tradizione, ha sempre considerato e considera le divine Scritture come la regola suprema della propria fede; esse infatti, ispirate come sono da Dio e redatte una volta per sempre, comunicano immutabilmente la parola di Dio stesso e fanno risuonare nelle parole dei profeti e degli apostoli la voce dello Spirito Santo … Nei libri sacri, infatti, il Padre che è nei cieli viene con molta amorevolezza incontro ai suoi figli ed entra in conversazione con essi; nella parola di Dio poi è insita tanta efficacia e potenza, da essere sostegno e vigore della Chiesa, e per i figli della Chiesa la forza della loro fede, il nutrimento dell'anima, la sorgente pura e perenne della vita spirituale. Perciò si deve riferire per eccellenza alla Sacra Scrittura ciò che è stato detto: «viva ed efficace è la parola di Dio » (Eb 4,12), «che ha il potere di edificare e dare l'eredità con tutti i santificati” (DV 21).
Per queste ragioni i nostri vescovi hanno stabilito che: “Affinché la mensa della parola di Dio sia preparata ai fedeli con maggiore abbondanza, vengano aperti più largamente i tesori della Bibbia, in modo che, in un determinato numero di anni, si legga al popolo la maggior partedella Sacra Scrittura” (SC 51).
In concreto, per adempiere al mandato del Concilio, è stato stabilito che nelle domeniche e nelle feste, la liturgia della parola sia costituita da tre letture, mentre nella feria sono due:
Domenica e feste:
-la prima è un brano dell’AT, seguita da un Salmo;
-la seconda è un estratto degli scritti apostolici del NT (At, Lettere di Paolo o degli altri Apostoli, Ap);
-la terza è una pericope dal Vangelo.
Tale disposizione permette di cogliere la dimensione continuativa della storia della salvezza. Tra I lettura, Salmo ed Evangelo vi è una concordanza tematica, cioè gli insegnamenti e i fatti riferiti nei testi del NT hanno una relazione più o meno esplicita con i fatti e gli insegnamenti dell’AT. Le Scritture si richiamano e s’illuminano a vicenda. “L'economia dell’Antico Testamento era soprattutto ordinata a preparare, ad annunziare profeticamente e a significare con diverse figure l'avvento di Cristo redentore dell'universo e del regno messianico. I libri poi dell’Antico Testamento, tenuto conto della condizione del genere umano prima dei tempi della salvezza instaurata da Cristo, manifestano a tutti chi è Dio e chi è l'uomo e il modo con cui Dio giusto e misericordioso agisce con gli uomini. Questi libri, sebbene contengano cose imperfette e caduche, dimostrano tuttavia una vera pedagogia divina. Quindi i cristiani devono ricevere con devozione questi libri: in essi si esprime un vivo senso di Dio; in essi sono racchiusi sublimi insegnamenti su Dio, una sapienza salutare per la vita dell'uomo e mirabili tesori di preghiere; in essi infine è nascosto il mistero della nostra salvezza. Dio dunque, il quale ha ispirato i libri dell'uno e dell'altro Testamento e ne è l'autore, ha sapientemente disposto che il Nuovo fosse nascosto nel Vecchio e il Vecchio fosse svelato nel Nuovo. Poiché, anche se Cristo ha fondato la Nuova Alleanza nel sangue suo (cfr. Lc 22,20; 1 Cor 11,25), tuttavia i libri del Vecchio Testamento, integralmente assunti nella predicazione evangelica, acquistano e manifestano il loro pieno significato nel Nuovo Testamento, che essi a loro volta illuminano e spiegano” (DV IV,15-16).
Nelle domeniche del T.O. poi si segue altresì il principio della lettura semicontinua.
Feria:
-la prima lettura dall’AT o dal NT con il Salmo;
-Evangelo
Nelle domeniche viene seguito un ciclo triennale per l’ascolto dei Vangeli:
-anno A (Matteo)
-anno B (Marco)
-anno C (Luca)
-Giovanni viene letto ogni anno nei tempi forti di Avvento e Quaresima.
Si tratta di una lettura continuata per tutto il tempo ordinario; l’interruzione si ha nei tempi forti o nelle solennità, perché si utilizzano i testi più adatti al tempo specifico. La prima lettura è scelta invece in base alla concordanza tematica col Vangelo.
Per le ferie delle XXXIV settimane del Tempo Ordinario, le letture del Vangelo sono disposte in un ciclo unico, che viene ripreso ogni anno. La prima lettura invece è in due cicli (anno pari e anno dispari).
Per le ferie di Quaresima le letture sono proprie e tengono conto delle caratteristiche proprie del tempo.
Per le ferie di Avvento, di Natale e Pasqua le letture sono caratteristiche e il ciclo è unico.
La colletta (da colligere = raccogliere) è un’orazione rivolta al Padre con la quale il celebrante raccoglie tutte le preghiere e le intenzioni dei presenti. Il momento di silenzio che segue l’appello alla preghiera, ha la funzione di consentire a ciascuno di porsi alla presenza di Dio e di formulare un’intenzione di preghiera.
L’altra funzione della colletta è quella di sintetizzare il carattere della celebrazione, ossia mettere in risalto il tema specifico di quella Eucaristia.
Con essa si chiudono i riti introduttivi.
LA SEDE PRESIDENZIALE
La Chiesa riunita per celebrare, si manifesta come comunità di battezzati.
Pur nell'unità data dal Battesimo, nella celebrazione eucaristica vi è un ruolo unico e indispensabile: quello del Vescovo e dei sacerdoti. Il presidente, ministro ordinato, è colui che rappresenta il Cristo. Nel linguaggio teologico si afferma che, il sacerdote agisce in “persona Christi”. Ossia è Cristo stesso che opera tramite il sacerdote. Egli per il fatto che presiede, ossia siede davanti, non è e non può essere il dominatore dell’assemblea, ma il servo della comunità.
La sede presidenziale non deve quindi essere segno di potere, ma segno della presenza amica e della carità di Cristo. Per questa ragione “la sede del sacerdote celebrante deve mostrare il compito che egli ha di presiedere l’assemblea e di guidare la preghiera. Perciò la collocazione più adatta è quella rivolta al popolo, al fondo del presbiterio … Si eviti la forma di trono”.
“Il Signore sia con voi”, assieme alle varianti proposte dal messale, non costituisce un augurio, ma l’affermazione della presenza di Cristo. Il Signore stesso ha annunciato ai suoi: “Io sono con voi fino alla fine del mondo” (Mt 28,19); dopo la Risurrezione, il Signore “sta” per sempre con il suo popolo mediante lo Spirito Santo. Il saluto e la risposta dell’assemblea: “e con il tuo spirito”, è un atto di fede nel quale il celebrante e l’assemblea si scambiano e si dicono la fede della Chiesa.
– Atto penitenziale
Dopo il saluto il sacerdote può fare una breve introduzione sulla messa del giorno; poi passa all’atto penitenziale che comporta una confessione generale e l’assoluzione del sacerdote. Chiunque faccia un serio cammino di fede, non può non essere consapevole della propria pochezza rispetto alle esigenze del Vangelo. La Chiesa proprio perché di origine divina, ma anche profondamente umana, sa di questa condizione dell’uomo, per cui ha previsto questo momento che pur non sostituendo il sacramento della riconciliazione, non è un atto semplicemente formale. Scrive Paolo ai Corinzi: “Ciascuno esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; poiché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna” (1 Cor 11,28s). La Didaché, un antichissimo scritto degli inizi del II secolo dice: “Nel giorno del Signore, riuniti, spezzate il pane e rendete grazie dopo avere confessato i vostri peccati, affinché il vostro sacrificio sia puro” (Didaché 14,1). Lo spazio di silenzio dopo l’introduzione del sacerdote, serve per far si che si possano ricordare concretamente alcune cose più importanti, o più recenti. La formula con la quale esprimiamo il pentimento, riguarda tutti gli aspetti dell’agire umano: pensieri, parole, opere e omissioni. In particolare dobbiamo ricordare che, le parole possono costituire una grave violazione del comandamento di non uccidere: “Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna” (Mt 5,21-22). Il momento della confessione riguarda primariamente Dio, ma anche i fratelli: “Confesso a voi fratelli”; ciò esprime la consapevolezza che il peccato umano ha sempre una ripercussione, anche se non apparente, sulla Chiesa. Si fa riferimento anche alle omissioni, ossia al bène non fatto pur potendo. Riguarda quindi situazioni molto concrete: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro”. Chiaramente anche l’atto penitenziale perde ogni suo significato se non si accompagna al pentimento, ossia al dolore per le colpe commesse e al desiderio di non compierle più. Segue l’assoluzione generale, che coinvolge anche il sacerdote: “Dio onnipotente abbia misericordia di noi, perdoni in nostri e ci conduca alla vita eterna”. Il sacerdote ha un altro momento nel quale chiede perdono per i propri peccati ed è al momento del lavabo delle mani, quando pronuncia sotto voce: “Lavami Signore da ogni mia colpa, purificami da ogni mio peccato”. Questo atto è nato per una ragione molto pratica. Anticamente venivano presentate delle offerte in natura, animali, verdura ecc … e questo sporcava le mani del celebrante, da qui la necessità di lavarsele. S. Cirillo di Gerusalemme però assegna a questo gesto un significato più profondo; scrive: “Avete visto il diacono porgere l’acqua per l’abluzione al vescovo e ai presbiteri che circondano l’altare. Non la porgeva certo loro per lavare la sporcizia del corpo: non è così: non certo con il corpo sporco fin dall’inizio siamo entrati nella Chiesa. L’abluzione delle mani è simbolo della necessaria purificazione da tutti i peccati e trasgressioni. Le mani infatti sono simbolo dell’agire e lavandole alludiamo alla purezza e irreprensibilità del nostro agire. … L’abluzione delle mani è dunque simbolo dell’immunità dal peccato” (Catechesi mistagogiche).
– Invocazioni
Ritroviamo spesso nei Vangeli frasi analoghe al “Signore pietà” o “Kirye Eleison”, sulla bocca di individui che si rivolgono a Cristo. I due ciechi gridano a Gesù: “Figlio di Davide, abbi pietà di noi” (Mt 9,27), la cananea, che aveva la figlia ammalata, si mette a gridare: “Pietà di me, o Signore, figlio di Davide” (Mt 15,22); i dieci lebbrosi: “Gesù maestro, abbi pietà di noi” (Lc 17,13). Si tratta quindi di un canto o di una invocazione, attraverso il quale i fedeli acclamano il Signore e implorano la sua misericordia di fronte al nostro peccato.
– Gloria
Il “Gloria” chiamato anche Dossologia grande è un inno antichissimo. Originariamente era una preghiera del mattino, conservata nelle “Costituzioni Apostoliche” della fine del IV secolo. Inizialmente, quando fu inserito nella liturgia eucaristica, era riservato alla recita da parte del Vescovo, poi, dall’XI sec. è stato esteso a tutti. Il “Gloria” è lode al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo, anche se di quest’ultimo si fa un accenno molto breve. L’introduzione proviene dal canto che gli angeli hanno intonato a Betlemme sulla mangiatoia del neonato Messia. Nella prima strofa si inneggia a Dio. Con essa lodiamo, benediciamo, adoriamo, glorifichiamo, rendiamo grazie a Dio Padre a causa della sua gloria. Si loda Dio, solo perché è Dio, in modo disinteressato e senza volere alcunché in cambio. Questa è una preghiera di lode. La seconda strofa invece riguarda Gesù redentore, colui che “toglie i peccati del mondo” e colui che è Signore e “siede ala destra del Padre”. A Lui vengono poi attribuiti i titoli tipici di Dio: Signore, Santo, Altissimo. Con questo inno esprimiamo la nostra fede nella divinità di Gesù e nel suo ruolo salvifico per noi.
“Lo scopo di questi riti è che i fedeli, riuniti insieme, formino una comunità, e si dispongano ad ascoltare con fede la parola di Dio e a celebrare degnamente l’eucaristia” (PNMR 24).
Vediamo ora singolarmente ogni elemento: - introito - il saluto iniziale - l’atto penitenziale - il Kyrie - il Gloria - la colletta
– Introito
La Messa incomincia con l’entrata del sacerdote nel presbiterio. L’ingresso dovrebbe avvenire in forma processionale, con la croce e le candele che precedono i ministri e che significa che Cristo stesso presiederà la celebrazione. Insieme alla croce, dovrebbe essere portato in forma solenne l’Evangeliario, da collocare sull’altare, da lì dovrebbe essere tolto solo durante la liturgia della parola, per la proclamazione dell’Evangelo. Anche questo è un segno della presidenza eucaristica di Cristo. La processione deve essere preferibilmente accompagnata da un canto, che ha una triplice funzione: - dare inizio alla celebrazione - favorire l’unione di mente e di cuore dei fedeli - introdurre i fedeli nel mistero del tempo liturgico o della festività del giorno Il fatto che l’assemblea canti o meno, già indica quale tipo di partecipazione è presente. Il canto è segno della gioia del cuore.
– Il segno della croce
Il gesto fondamentale della preghiera del cristiano è e resta il segno della croce. È una professione, espressa mediante il corpo, di fede in Cristo Crocifisso, secondo le parole programmatiche di san Paolo: «Noi annunciamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani, ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio» (1Cor l,23s). E ancora: «Io non volli sapere tra di voi se non Cristo, e questi crocifisso» (2,2). Segnare se stessi con il segno della croce è un sì visibile e pubblico a Colui che ha sofferto per noi; a Colui che nel corpo ha reso visibile l'amore di Dio fino all'estremo; al Dio che non governa mediante la distruzione, ma attraverso l'umiltà della sofferenza e dell'amore, che è più forte di tutta la potenza del mondo e più saggia di tutta l'intelligenza e di tutti i calcoli dell'uomo. Il segno della croce è una professione di fede in Colui che ha sofferto per me e che è risorto; in Colui che ha trasformato il segno dello scandalo in un segno di speranza e dell'amore presente di Dio per noi. La professione di fede è una professione di speranza: crediamo in Colui che nella sua debolezza è l'Onnipotente; in Colui che, proprio nella apparente assenza ed estrema debolezza, può salvarci e ci salverà. Nel momento in cui noi ci segniamo con la croce, ci poniamo sotto la protezione della croce, la teniamo davanti a noi come uno scudo che ci protegge nelle tribolazioni delle nostre giornate e ci dà il coraggio per andare avanti. La prendiamo come un segnale che ci indica la strada da seguire: «Chi vuol essere mio discepolo, rinneghi se stesso, prenda la sua croce su di sé e mi segua» (Mc 8,34). La croce ci mostra la strada della vita: la sequela di Cristo. Noi leghiamo il segno della croce con la professione di fede nel Dio Trinità - Padre, Figlio e Spirito Santo. Esso diventa così ricordo del battesimo, in maniera ancor più chiara quando lo accompagniamo con l'uso dell'acqua benedetta. La croce è un segno della passione, ma è allo stesso tempo anche segno della resurrezione; essa è, per così dire, il bastone della salvezza che Dio ci porge, il ponte su cui superiamo l'abisso della morte e tutte le minacce del male e possiamo giungere fino a Lui. Essa è resa presente nel battesimo, nel quale diventiamo contemporanei alla croce e alla resurrezione di Cristo (Rm 6,1-14). Ogni volta che ci facciamo il segno della croce rinnoviamo il nostro battesimo; Cristo dalla croce ci attira fino a se stesso (Gv 12,32) e fin dentro la comunione con il Dio vivente. Poiché il battesimo e il segno della croce, che lo rappresenta e rinnova, sono soprattutto un evento di Dio: lo Spirito Santo ci conduce a Cristo, e Cristo ci apre la porta verso il Padre. Dio non è più il Dio sconosciuto; ha un nome. Possiamo chiamarlo, e Lui chiama noi.
Il segno della croce nel Nome della Trinità è una prima professione di fede. E’ l’espressione della consapevolezza di essere radunati dalla Trinità, presente con l’assemblea. Il segno della croce è anche una sintesi del Vangelo, rappresentata dai suoi due bracci; quello verticale ci richiama il comandamento dell’amore a Dio: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente” (Mt 22,37), mentre il braccio verticale il comandamento dell’amore al prossimo: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13,34). Per questo scrive R. Guardini: “Quando fai il segno della croce, fallo bene. Non così affrettato, rattrappito, tale che nessuno capisce cosa debba significare”. L’Amen dell’assemblea che lo sigilla e lo conferma, è l’accettazione da parte di tutto il popolo credente. Questo Amen significa: “Credo che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono tra noi”.
“L’altare (da àlere = nutrire, indica in origine la mensa destinata a ricevere gli olocausti oppure da altus = struttura alta e ara da arere = bruciare, cioè luogo del fuoco) è il luogo dove, mediante la consacrazione del pane e del vino, si rende presente Cristo col suo sacrificio della croce. E’, nello stesso tempo, la mensa del Signore, come pure il centro dell’azione di grazie che si compie nell’Eucaristia” (PNMR 259).
In tutte le religioni l’altare è il centro del culto sacrificale e il segno della presenza divina. Questa concezione è presente anche nella Bibbia: “Verrò all'altare di Dio, al Dio della mia gioia, del mio giubilo” (Sal 43,4).Nella liturgia cristiana l’altare ha la sua specifica origine nella tavola dell’ultima cena. Attorno a essa Gesù raduna nell’intimità affettuosa i suoi apostoli: “Ho desiderato ardentemente mangiare questa Pasqua con voi” (Lc 22,16). Esso però è anche figura della roccia che dona la bevanda dissetante: “Tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo (1Cor 10,3-4). Proprio per questa ragione l’altare dovrebbe essere di pietra (PNMR 263). In ogni caso esso deve essere “collocato in modo da costituire realmente il centro verso il quale spontaneamente converga l’attenzione di tutta l’assemblea” (PNMR 262).
L’altare rappresenta anche la tomba vuota del Signore risorto ed è, infine,il luogo del sacrificio: “Poiché è impossibile eliminare i peccati con il sangue di tori e di capri. Per questo, entrando nel mondo, Cristo dice: Tu non hai voluto né sacrificio né offerta,un corpo invece mi hai preparato. Non hai graditoné olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco, io vengo - poiché di me sta scritto nel rotolo del libro - per fare, o Dio, la tua volontà. Dopo aver detto prima non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato, cose tutte che vengono offerte secondo la legge, soggiunge: Ecco, io vengo a fare la tua volontà. Con ciò stesso egli abolisce il primo sacrificio per stabilirne uno nuovo. Ed è appunto per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell'offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre. Ogni sacerdote si presenta giorno per giorno a celebrare il culto e ad offrire molte volte gli stessi sacrifici che non possono mai eliminare i peccati. Egli al contrario, avendo offerto un solo sacrificio per i peccati una volta per sempre si è assiso alla destra di Dio, aspettando ormai solo che i suoi nemici vengano posti sotto i suoi piedi. Poiché con un'unica oblazione egli ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati” (Eb 10,4-14).
E’ per queste ragioni che all’altare è dovuta venerazione, che si esprime con l’inchino e il bacio del sacerdote all’inizio della celebrazione. All’altare non ci si genuflette, ma ci si inchina solamente, perché è immagine di Cristo, ma non presenza reale, come nel caso del tabernacolo che conserva le specie eucaristiche.
“Nella Messa o Cena del Signore, il popolo di Dio è chiamato a riunirsi sotto la presidenza del sacerdote, che agisce nella persona di Cristo, per celebrare il memoriale del Signore, cioè il sacrificio eucaristico. Per questa riunione della santa Chiesa vale perciò in modo eminente la promessa di Cristo: “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20). Infatti nella celebrazione della messa, nella quale si perpetua il sacrificio della Croce, Cristo è realmente presente nell’assemblea dei fedeli riunita in suo nome, nella persona del ministro, nella Sua parola e in modo sostanziale e permanente sotto le specie eucaristiche. La Messa è costituita da due parti, la “liturgia della Parola” e la “liturgia eucaristica”; esse son così strettamente congiunte tra di loro da formare un unico atto di culto” (PNMR 7). La celebrazione eucaristica è, quindi, un tutt’uno inscindibile, nel quale il credente, va' per incontrare il Cristo e per nutrirsi alla duplice mensa: della parola e del pane e vino. Anche visivamente è confermata la duplice mensa, con la collocazione nel presbiterio dell’ambone (mensa della parola) e dell’altare (mensa eucaristica).
- L’AMBONE
Il termine ambone si presta a diverse interpretazioni. La più comune e sicura verrebbe dal greco anabainein (salire) e designa il luogo elevato e stabile, su cui si sale; dal quale Dio nutre e sostenta il suo popolo: "non di solo pane vive l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio" (Mt 4,4). Lo testimonia il libro di Neemia quando narra come avvenne la solenne lettura del ritrovato libro della Legge: “Esdra lo scriba stava sopra una tribuna di legno … più in alto di tutto il popolo” (Ne 8,1). E’ interessante notare che l’ambone era posto normalmente di fronte a quella che nel passato era la posizione delle donne; ciò è dovuto al fatto che l’annuncio della risurrezione dato dall’angelo è stato fatto per primo alle donne: “Non abbiate paura! So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui. E’ risorto, come aveva detto” (Mt 28). Come l’angelo annunciò dalla tomba vuota la Risurrezione del Cristo, così, oggi il diacono, simbolicamente annuncia dall’ambone l’Evangelo della Risurrezione, perché si dilaghi verso il mondo la gioia dell’annuncio. Nella liturgia orientale, il diacono, durante la proclamazione dell’Evangelo, tiene sollevata la stola, che viene così a rappresentare l’ala dell’angelo. Germano di Costantinopoli definisce l'ambone “icona del santo sepolcro: l’angelo ne rotolò via la pietra e stava lì poi ad annunciare la risurrezione del Signore alle donne mirofore (portatrici dell’olio)” (Storia ecclesiastica e mistica contemplazione). All’ambone la parola di Dio è proclamata con solennità (proclamare da pro davanti e clamare gridare), con l’intenzione di comunicarla alla comunità radunata, perché sia ascoltata (non solamente sentita), meditata e, diventi motivo di azione: “Beato chi legge e coloro che ascoltano le parole di questa profezia e mettono in pratica le cose che vi sono scritte” (Ap 1,3). “Nell’ambiente della chiesa deve esserci un luogo elevato, stabile, ben curato e opportunamente decoroso, che risponda insieme alla dignità della parola di Dio, suggerisca chiaramente ai fedeli che nella Messa viene preparata la mensa sia della parola di Dio che del Corpo di Cristo. … poiché l’ambone è il luogo dal quale viene proclamata dai ministri la parola di Dio, deve essere riservato, per sua natura alle letture, al salmo responsoriale e al preconio pasquale. Si possono tuttavia proferire dall’ambone l’omelia e la preghiera dei fedeli …” (PNMR 32-33). Dall’ambone quindi si proclamano esclusivamente:
- la parola di Dio; - l’omelia; - la preghiera dei fedeli - il preconio pasquale.
Ogni altro utilizzo dell’ambone è abusivo e, visto che la liturgia è il mondo dei segni, attraverso i quali Cristo continua a operare nella storia, non possiamo togliere significatività ai gesti e alle cose.
Quante volte abbiamo sentito dire: "vado a prendere Messa", "vado ad ascoltare la Messa", oppure, quando qualcuno viene in sacrestia per segnare una Messa per i defunti sul caledario, chiede: "Posso ordinare una Messa?". In quest'ultimo caso mi verrebbe voglia di chiedere se gliela devo anche incartare.
Mi direte che, come al solito, sono pignolo e mi fisso sulle parole. Può essere, ma non vorrei che dietro queste espressioni ci fosse una non piena comprensione dell'Eucaristia.
Inizio oggi la pubblicazione periodica di una serie di catechesi eucaristiche che, spero, possano aiutarci a celebrare con più piena partecipazione la Cena del Signore.
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“Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, e conversavano di tutto quello che era accaduto. Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò: «Che cosa?». Gli risposero: «Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l'hanno crocifisso. Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute… Ed egli disse loro: «Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furon vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno gia volge al declino». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. Ed essi si dissero l'un l'altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?». E partirono senz'indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone». Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane” (Lc 24,13ss). Questo brano evangelico è particolarmente adeguato per aiutarci a comprendere il mistero dell’Eucaristia e la sua struttura, infatti è significativo che i due discepoli di Emmaus, convenientemente preparati dalle parole del Signore, lo abbiano riconosciuto mentre stavano a mensa nel gesto semplice della “frazione del pane”. Una volta che le menti sono illuminate e i cuori riscaldati, i segni parlano. L’episodio di Emmaus mostra i due momento fondamentali, essenziali e inseparabili della celebrazione eucaristica (liturgia della parola e liturgia eucaristica).
INTRODUZIONE
Il vocabolo Messa deriva probabilmente da missa (forma contratta di missio = congedo), che alla fine del III sec. indicava non la Messa, nel senso moderno della parola, ma il rituale licenziamento dalla chiesa di coloro che non potevano assistere ai divini misteri. Chi sia stato il primo a servirsi di detto termine come appellativo specifico del sacrificio cristiano, non è facile saperlo. Durante la primissima epoca cristiana, in conformità della lingua allora parlata troviamo termini greci: frazione del pane(fractio panis); azione di grazia (gratiarum actio). In Principi e Norma del Messale Romano (PNMR 3) troviamo questa affermazione: “Tutta la celebrazione verrà ordinata in modo tale da portare i fedeli a una partecipazione consapevole, attiva e piena, esterna ed interna, ardente di fede, speranza e carità; partecipazione vivamente desiderata dalla Chiesa e richiesta dalla natura stessa della celebrazione, e alla quale il popolo cristiano ha diritto e dovere in forza del Battesimo”. Proprio per favorire questo risultato, ci accingiamo a ripercorrere insieme la struttura sensibile della celebrazione per meglio comprenderla e quindi viverla. “Il nostro Salvatore nell'ultima cena, la notte in cui fu tradito, istituì il sacrificio eucaristico del suo corpo e del suo sangue, onde perpetuare nei secoli fino al suo ritorno il sacrificio della croce, e per affidare così alla sua diletta sposa, la Chiesa, il memoriale della sua morte e della sua resurrezione” (Sacrosantum Concilium - SC 47).
Il Concilio Vaticano II definisce l’Eucaristia come “memoriale”. Questo termine deriva da “memoria, ricordo”, però non è affatto questo. Non è la memoria del passato riesumata. Mentre nella memoria il fatto storico rimane nel passato, con il memoriale, viene reso presente qui e ora e vi si può partecipare attivamente. Per comprendere meglio, vediamo cos'era il memoriale ebraico. Era un rito religioso, il quale evocava un evento passato della storia del popolo di Dio, rendendolo presente, e invocava sul popolo le grazie di quell’evento storico e impegnava il popolo a esservi fedeli. Ogni anno gli ebrei celebrano con molta solennità la Pasqua, cibandosi dell’agnello abbrustolito al fuoco e di erbe amare. La Pasqua per loro è un memoriale, cioè un rito religioso che rende presente la liberazione del popolo dalla schiavitù. L’ultima cena di Gesù con i suoi, è nel contempo memoriale della Pasqua ebraica, ossia della liberazione dalla schiavitù dell’Egitto, ma anche anticipazione del sacrificio della croce, che Gesù ha vissuto poche ore dopo. L’Eucaristia è memoriale dell’ultima cena, della passione e morte e risurrezione e ascensione al cielo di Cristo. Quando celebriamo l’Eucaristia noi siamo presenti al cenacolo con gli apostoli, sotto la croce con Maria, Giovanni e le donne e davanti alla tomba vuota con Maria di Magdala. Se la Messa è memoriale, è evidente che una partecipazione passiva è fuori luogo: “La Chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma che, comprendendolo bene nei suoi riti e nelle sue preghiere, partecipino all'azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente” (SC 48). Cristo ci ha lasciato l’Eucaristia come memoriale per viverla dal di dentro, per parteciparvi, non assistervi; essa è un rito in cui si è attori e non spettatori. Cosa significa esserne attori? Come abbiamo già detto il memoriale ebraico evocava, attualizzava, invocava e impegnava. Il pio ebreo, celebrando il memoriale della Pasqua:
1 – evoca la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto; 2 – attualizza questa liberazione come se lui stesso fosse stato presente; 3 – invoca la liberazione futura e definitiva; 4 – si impegna a vivere la sua liberazione, in fedeltà a JHWH, osservando con impegno rinnovato l’alleanza contratta con Dio.
Noi cristiani, quando celebriamo l’Eucaristia:
1 – evochiamo la liberazione portata da Cristo con la sua passione – morte - risurrezione; 2 – attualizziamo la morte, risurrezione e ascensione al cielo del Signore. Scrive Paolo: “Ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo di questo calice noi annunciamo la morte del Signore, fino a quando verrà” (1 Cor 11,26); la viviamo qui e ora; 3 – invochiamo Cristo, affinché possiamo vivere il messaggio evangelico; 4 – ci impegniamo a vivere la logica dell’Eucaristia, che è offrire la vita per amore.